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Insomma, bisogna farlo o no, questo presepe? Franco Cardini e Emore Paoli – storici in studi medievali – nel corso di una conferenza tenutasi a Marcellano, alla presenza dei sindaci di Assisi e Greccio, hanno spiegato che venerare la santa mangiatoia non urta la sensibilità degli appartenenti alle diverse confessioni religiose. Il presepe va conservato, eccome, pure a costo di prendersi una multa perché in questo paese è vietato anche cogliere il muschio. La rappresentazione della natività è un’occasione di socializzazione, di festa, di meditazione: Racchiude tanta energia cosmica e tanti valori evocativi. A partire da quello inscenato a Greccio nel 1223 da Francesco, il presepe è contro le discriminazioni razziali, perché unisce il messaggio cristiano con quello pagano e si armonizza con il sentimento mediorientale, richiamando l’islam e l’ebraismo. A Budino di Foligno rispecchia l’iconografia contadina umbra, ad Orvieto è allestito nel pozzo della cava; poi c’è quello di Frattuccia di Guardea, nei pressi di Amelia, quello di Trevi, che gli abitanti della cittadina umbra predispongono lungo le strade, quello di Colle dei Cappuccini, a Foligno, quello di Ferentillo e di Città della Pieve. Anche i presepi viventi ci ricordano l’esistenza dei mestieri artigiani scomparsi, da Marcellano a Petrignano di Assisi, da Armezzano a Torre del Colle di Bevagna. Fu dal presepe che, da ragazzi, apprendemmo l’esistenza di genti differenti, con un diverso credo e un diverso colore di pelle. Altro che discriminazione religiosa: chiedetelo alle statuine di colore, ai minareti e alle moschee di sughero e compensato. Il rito presepiale costituisce un’esperienza inclusiva nel vero senso della parola per confrontarci, da ragazzi, con il senso delle distanze. Piazzavamo le statuine dei Magi fin dal Natale, con i cammelli in lontananza. Solo nell’ultimo giorno del ciclo, l’Epifania, alle statuine a dorso di cammello sostituivamo quelle in ginocchio, recanti i doni. L’invenzione occidentale del presepe insegna che le identità non sono mai assolute, che le tradizioni si sovrappongono, così come le radici, che vanno rivisitate, rivissute, ristudiate con attenzione. Quest’’epoca stolta è incapace di leggere i simboli. Tempi bui per il bue e l’asinello, che rappresentano, il primo, il popolo eletto, quello ebraico, il secondo, il mondo pagano, che riconoscono, entrambi, la divinità partorita in una mangiatoia.

Siparietto. Nonostante le tante sferzate ideologiche, in Umbria – dove albergano in gaiezza frati, preti, suore e nuovi democristiani – il conservatorismo natalizio è ancora inteso come difesa dei valori dello spirito, come recupero di ciò che di buono aveva il nostro passato. Così il presepio vivacchia strizzando l’occhio al calendario degli eventi, tutto a carico delle parrocchie e delle proloco. Non ce ne voglia Claudio Ricci, ma in definitiva Francesco inventò un bel niente. Ebbe solo la brillante idea di rievocare un messaggio di per sé universale. Poi venne l’albero, partorito da una visione di Martin Lutero, artificio della volontà di cristianizzare l’uso pagano germanico dell’Albero del Solstizio, che si caricava di luci, quelle luci moleste che s’accendono oggi nelle piazze, tanto care ai commercianti e ai nostri amministratori, convinti che impreziosiscano i desolanti centri storici. L’Albero del solstizio è pregno di tutt’altro significato, da porsi in rapporto con l’Albero della Croce, frutto del quale è il Cristo. Ma non glielo dite, se no spengono pure quello. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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