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I lupi scendono giù dal monte Aspra e dal Coscerno. Gli uomini si tappano nei bar a giocare a tre sette. È duro l’inverno a Monteleone di Spoleto. Lo sa bene Marisa Angelini, sindaco d’altura, che ha presentato – in assenza di molti capataz colti dal sussulto delle primarie – “L’arte della norcineria, dall’Umbria alla Dominante”, un libro curato dal Prof. Elio Di Michele. La Dominante è Roma – manco a dirlo – che non teme i rottamatori, come la storia ci insegna. C’erano pure il parroco, arrivato in ritardo al taglio del nastro, il comandante dei carabinieri e quello della Forestale, alla maniera dei quadri naif. C’erano un paio di sindaci limitrofi, per quanto infreddoliti. Poi c’era una inaspettata diretta Rai a riprendere le bancarelle che esponevano il farro, sullo sfondo quei boschi dimenticati dalle politiche regionali, ma anche ministeriali. L’Umbria non ha le Dolomiti. Le sue montagne rappresentano l’inespresso valore aggiunto dei luoghi allegramente fottuti da una economia di risulta, da uno svigorito marketing territoriale e dalle politiche scanzonate di quanti si fanno vivi solo a raccattare voti. La politica è così. Hai voglia ad avere sindaci operosi, tenuti a stecchetto, senza autisti e senza rimborsi, che promuovono il territorio a colpi di farro o di pane e prosciutto. Rivedendo quel toccante documentario in bianco e nero, girato dalla Rai negli anni Sessanta a Poggiodomo – dove albergavano 1.500 anime, mentre ora ne sono rimaste 147 – ci assale un po’ di mestizia. Il topolino questa volta ha partorito la montagna. Meglio, ha partorito un libro che vale una montagna, perché tenacemente voluto da Egildo Spada, presidente del Consorzio Bacino Imbrifero Montano del Nera e del Velino e da un’importante istituzione culturale rappresentata dal Centro Studi Giuseppe Gioacchino Belli, che raccoglie i contributi di Laura Biancini, Gianfranco Cruciani, Marcello Teodonio e lo stesso Egildo Spada, dove si parla in modo approfondito e ragionato – cioè storico/economico, linguistico e antropologico – dell’arte della norcineria nel contesto culturale in cui essa è nata e si è sviluppata. Un libro che fa il punto sulla immigrazione dalla Valnerina a Roma, sulla condivisione di valori, luoghi e modi di dire. Ed ecco che il maiale «lercio, puzzolente, costretto a vivere in spazi strettissimi, vittima della perfidia del più perfido degli animali, l’animale uomo, che lo costringe, appunto, a una vita sedentaria per poterne trarre massimi benefici», carne immonda, perversa, impura, sinonimo in politica di tutte le nefandezze e infamità, costituisce, forse, la salvezza del nostro oltraggiato Appennino. Dove risiede il confine tra la cialtroneria del Norcino, che riconosce la perfezione e la logica del creato (ma anche del Preciano, che con il bisturi se la cavava ancora meglio) e il politico di professione? Il professor Teodonio – che ha dedicato la propria vita a studiare il Belli – davanti ad un pubblico col cappello calato, ha parlato di Roma, la Dominante, caput mundi, città universale per definizione, Babilonia e Gerusalemme, salvezza e perdizione, «che divora e non produce». Ma se c’è qualcuno che divora, da qualche parte deve pur esserci qualcuno che produce. Fu proprio questo il ruolo storico del norcino, che da aggettivo diventò sostantivo, andando alla ricerca «di una via di salvezza, una possibilità di inserimento, una vocazione al dialogo», perseguando « una dimensione dove dunque inventare e diventare esperti di attività uniche, senza rivali, per la sopravvivenza». Questi umbri di montagna, furono facchini, carbonai, uccellatori, conciapelle, sempre in movimento «e siccome a usare il coltello poi qualcosa si impara, anche – perché no? – chirurghi; e cerretani, a dare speranze autentiche o fasulle alla povera umanità alle prese con una cosa che è sempre più grande di noi: la vita».

Siparietto. Che ne sarà della nomenclatura cialtrona della nostra regione, a cui manca, a differenza dell’antenato Norcino, una visione finalistica nella sua paradossale, ma stringente necessità? Trovatela voi la linea di confine tra la bassa chirurgia e la norcineria. Anche la politica, come quella della macelleria suina o umana, è un’arte nobile, che si acquista e si elabora da maestro ad allievo. Ma se è vero che «le cerque non fa i melaranci», come dicono i cugini marchigiani, qual è la linea di demarcazione tra l’arte di governare gli uomini e la cialtroneria evidente? Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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