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Chi abbia una minima esperienza delle cose d’arte sa che il rischio più grave a cui esse vanno incontro è quello di dipendere dalle decisioni di un funzionario. A contestare l’operato dei dirigenti utopici degli uffici urbanistici, di solito, si rischia di essere tacciati da estremisti del Mulino Bianco. A partire dalla seconda rivoluzione industriale questa regione – lasciandosi dietro il mondo contadino, ma anche una raffinata élite culturale – è precipitata nella spregiudicatezza e nella pacchianeria. Ricercare le cause di tanto abbrutimento è esercizio arduo. Limitiamoci ad analizzare il declino di una società formatasi su insegnamenti millenari ma, a partire dagli anni Settanta/Ottanta, sviata dal proprio percorso culturale, per essersi adattata a forme di urbanesimo selvaggio. Oggi sono in molti a manifestare un’ansia di recupero di taluni valori offerti dal bello, di cui ci resta una voglia repressa, un ricordo struggente. Cosa fare, allora, per salvaguardare quel che rimane in una regione sfregiata e mutila, indifferente alla salvaguardia del paesaggio e delle opere insigni che vi albergano. Le origini delle colpe sono da ricercare nello sconsiderato sistema ottocentesco del restauro di chiese e monumenti, che inferse danni maggiori di quanto non abbiano fatto le bombe degli alleati. Strutture rimaste indenni dai bombardamenti si mostrano nella loro veste mutila e irreparabilmente danneggiata. E’ il caso del Duomo di Orvieto, giunto intatto sino alla metà dell’Ottocento, poi sottoposto a un estremo raschiamento, che eliminasse quanto era nato dopo una certa epoca, con il pretesto estetizzante di riportare l’edificio al pristino splendore. Le sovraintendenze fanno quello che possono, ma può capitare che sbaglino pure loro. Una coscienza volta al bello non può prescindere dalla formazione impartita a chi ci amministra, a chi è capace con una firma posta sotto una delibera di far muovere le ruspe o affidare una progettazione solo in funzione del profitto. L’opera non può mostrarsi mummificata (vedi la chiesa di Massimiliano Fuksas a Foligno), non può dare l’impressione di un cadavere, di un quid avulso dal resto, ma deve allinearsi con il contesto sociale e storico che l’ha provocata. I capannoni di cemento sparsi qua e là per la Valle Umbra, l’ecomostro di Spoleto, le torri dello zuccherificio a Foligno, l’illuminazione psichedelica della Consolazione a Todi (e potremmo continuare all’infinito) si risolvono in una perdita dell’identità culturale, il cui primo sintomo è l’indifferenza verso il passato.

Siparietto. Prendete Bevagna, paese fuori dal tempo, il cui isolamento culturale è largamente compensato da una piazza di straordinaria bellezza, deturpata da una fontana finto romanica, datata fine Ottocento, che stride con i gioielli medievali delle chiese di San Silvestro e San Michele. I turisti vi salgono per farsi fotografare come a Porto Cesareo, nel Salento, si fanno immortalare a fianco di una statua che raffigura la giunonica Manuela Arcuri. Almeno lì, tra i pescherecci ormeggiati e i motorini parcheggiati, il manufatto fa poco danno. Cercasi amministratore coraggioso disposto ad abbatterla, la fontana di Bevagna – divenuta il simbolo di una manifesta incapacità culturale – o se volete a spostarla al Campo dei Frati, come avvenne a Foligno per la fontana di piazza della Repubblica, ora trasferita al parco dei Canapè. In quel caso fu più semplice, dati gli sconvenienti Fasci di epoca mussoliniana, che presentava lungo il suo perimetro. Tornando a Bevagna, il gesto, da molti auspicato, si risolverebbe anche in una ingegnosa operazione di marketing turistico, da far parlare per mesi e mesi i giornali. Peccato che dalle nostre parti il popolo preferisca praticare il mugugno e mai la rivoluzione. Beata umbritudine, umbra beatitudine


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