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Di “Umbria verde” si parla per la prima volta nell’ode “Alle fonti del Clitumno”. Fu Giosuè Carducci nel 1876 a tenere al battesimo il brand di questa regione, affidando alla poesia una definizione netta ed evocativa, che nell’immaginario collettivo ancora oggi convive con quella di “Umbria santa” e con quella, più pericolante, di “Umbria rossa”. L “Umbria verde” tra poco non esisterà più, per via degli oltraggi subiti dal paesaggio. Ad aggravare la perdita di significato contribuiscono le logore strategie di marketing turistico. Buon per noi che nella nuova graduatoria delle regioni verdi d’Italia non si registra poi troppa concorrenza. Regione dopo regione, la visione romantica del Bel Paese, tramandataci dai viaggiatori sette-ottocenteschi, sta perdendo i colpi. Si potrebbe obiettare che non è scritto in nessun posto che il verde dia la felicità, perché se così fosse, in Groenlandia (in inglese Greenland) non si registrerebbe il più alto numero di suicidi al mondo. Allora la felicità non abita più qui? Non è questo il punto. Che se ne dica, l’Umbria è felice perché policentrica, non tiranneggiata da una sola città. Non se ne abbiano a male i perugini, ma si può vivere decorosamente a Terni, Gubbio e Norcia conservando la propria identità di umbri. L’Umbria può definirsi felice – anche se l’autostrada non la sfiora, anche se chiudono le fabbriche, anche se non sarà realizzato il raddoppio delle sue linee ferroviarie – perché nei suoi paesi, al pari della Toscana, riescono a convivere pensionati eternamente preoccupati per le bollette scadute e facoltosi stranieri in cerca di suggestioni rurali. E’ felice perché vi cazzeggia una sana gioventù, forse senza troppe prospettive, ma che non mangia Sushi e non beve Spitz a tutti i costi; perché i doncamilli convivono ancora con i pepponi, come nelle tele di Norberto; perché le sagre di paese rincuorano puntualmente gli animi esacerbati dall’inazione dei suoi politici. In fin dei conti la domenica, uscendo dalla messa, le piazze sono ancora popolate di ragazze coi pomelli rossi sulle guance, rotondette e dritte, anche se uniformemente vestite da Zara. Foligno, per esempio, ha una concentrazione di biciclette da fare invidia a Modena, dalla quale si differenzia – quisquiglie – solo per il reddito pro-capite dei suoi abitanti. Gli orvietani, gli eugubini e i tuderti sono felici perché avvolti in una straordinaria concentrazione di grazia, per cui i loro monumenti riescono ancora ad armonizzarsi con un contorno di pietre secolari, vigne ben ordinate, oliveti curati, colline scioccamente recintate dai nuovi colonizzatori, che siano belgi, olandesi, tedeschi o inglesi, con i loro trattorini taglia erbe e le loro cantine egregiamente fornite. Nei fine settimana, poi, si può sempre andare nei non luoghi, da Collestrada a Piazza Umbra, dove – messe nel conto le commesse, i buttafuori e gli altri clienti – la presenza cattolica (hai voglia tu a far venire Papa Francesco) non dovrebbe superare il dieci per cento.

Siparietto. Non ci stracciamo le vesti se l’Umbria verde sta cambiando volto al ritmo di quella rossa: è segno che i tempi mutano e le società si evolvono più in fretta degli slogan. I territori non sono poi così diversi dalle persone che li abitano, tanto per non dimenticarci di quale vile materia siamo composti. A quanti stramazzano di fronte al bello, a chiunque si senta vittima della sindrome invalidante di Stendhal, diciamo: “Coraggio, che il meglio è passato”. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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