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Bisognerebbe studiarle le cause storiche e sociali delle fortune e delle disgrazie di queste nostre città dell’Umbria. Trevi si staglia nel sole di fine Novembre. Salendo da Santa Maria in Valle si sentono i richiami dei raccoglitori tra gli ulivi, che il vento scompiglia. Si perdono tra il cobalto del cielo e le nuvole candide che, spuntate fuori come ballerine in tutù dalle quinte del Serrone, traghettano la valle per assieparsi sui Martani. Trevi si avvista già venendo da Spoleto. Il suo cono di case rivolge lo sguardo a Montefalco e si propone come l’anti Spello, in senso buono, s’intende, come buoni sono i rapporti tra il suo sindaco umanista – partorito dopo tante peripezie elettorali – e Sandro Vitali, il primo cittadino sceso da San Giovanni di Collepino, che non avrà studiato ad Oxford, ma sorprende per come amministra il marketing turistico della sua città. A noi che scriviamo ce ne cale poco delle dottrine di partito, delle posizioni dei renziani e dei mugugni dei cuperliani. Fregarsene è un privilegio che ci si può concedere con l’approssimarsi dell’età. Ce ne cale di più del futuro di questa regione. Montefalco, per esempio. Pur senza compagni di merende anche il sindaco Donatella Tesei sta facendo la sua parte. Perlomeno ha ricompattato gli smaliziati produttori di vino che la circondano, in senso buono, s’intende. Se l’immagine del Trebbiano ha subìto sul nascere una brutta batosta, quella del Sagrantino è in progressiva ripresa. Parafrasando Filiberto Lodi, compagno di italiche scorribande di Mario Soldati, potremmo dire che la formula vincente è quella per cui, anche se il vino viene da te è sempre meglio andare verso il vino, che va bevuto sul posto. Tanto per dire che il brand Montefalco tira ancora. Le città d’arte della valle umbra – ma anche Todi, Orvieto e la Valnerina – s’affidano ai loro monumenti, ma il vero valore aggiunto, oggi, è l’offerta globale dei prodotti del territorio. Il richiamo di questi distretti passa attraverso l’olio di Trevi, Giano e di Spello (nutrimento del corpo e dell’anima, mica noccioline), ma anche per le viti di Montefalco, Torgiano e Orvieto e per tutti i prodotti della Valnerina. C’è chi li chiama viaggi di assaggio. Oggi è raro trovare un turista con lo stomacuccio ristretto, prova ne sia che tutti i baedeker dispensano indicazioni sui cibi e sui vini di una determinata zona. Andate a vedere lo spazio importante riservato alla piccola Umbria nella guida dei cibi di strada di Mauro Rosati, che uscirà sabato prossimo per la Feltrinelli. La storia dell’uomo parla del cibo, dei prodotti dei territori. Spesso ci sentiamo piccoli e inadeguati davanti ad un prodotto locale. Un piatto di cui non conosciamo la preparazione può darci la misura di quanto vasta sia ancora la nostra ignoranza in tema di origini, di motivazioni sociologiche e storiche attraverso le quali questo si è formato. E’ questa l’Umbria dell’arte difficile del vino e dell’olio, frutti della terra che non si riconoscono dall’etichetta, ma da alcune inebrianti spigolosità, perché né vino né olio sono entità omogenee, intercambiabili, come non lo sono i rosoni delle nostre chiese, mai assimilabili a quelli delle chiese delle altre regioni, perché non sono una marca di aranciata o di birra, ma il prodotto di stupefacenti variabili, talvolta effimere, ineffabili, misteriose, da scoprire sul posto. Sappiano i sindaci e gli assessori del così detto ramo, che dove arriva l’omologazione culturale e colturale non cresce più l’erba, figuriamoci l’ulivo o il tartufo bianco, lo stesso che si raccoglie in questi giorni nella valle del Topino. Allora urge un fortissimo richiamo, unito ad un serrato controllo sociale su queste identità.

Siparietto. Dalla finestra del Cochetto, a Trevi, che valeva un viaggio, si scopriva l’intera valle Spoletana. Era una goduria affacciarvisi intanto che cuocevano i cappelletti. Quel ristorante era conosciuto in tutta Italia. La gastromitologia contemporanea non lo contempla più. Perché, allora, non chiamare in ballo la toponomastica? Al sindaco Sperandio, appena insediato, che in fatto di tradizioni la sa più lunga di noi, la delegazione Unesco di Foligno e Valle del Clitunno ha suggerito di intitolare al cuoco umbro per antonomasia – non se la prenda Vissani – il piccolo slargo su cui si apriva l’ingresso del ristorante, allora varcato da ministri, cardinali e presidenti della Repubblica di passaggio sulla Flaminia: Ma anche da tanta gente che – in pieno boom economico – si spostava da lontano per papparsi l’Umbria, in senso buono, s’intende. Oggi che l’Umbria ce la siamo pappata noi, “Largo del Cochetto” suonerebbe benissimo. Una targa è stata apposta in questi giorni dall’Unesco, ma si potrebbe fare di più. Perché è con le opere di vita che bisogna onorare i morti e, dato che ci siamo, favorire il marketing territoriale. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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