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La contraddittorietà dell’Umbria si riepiloga nel mistero sublime della basilica di San Francesco ad Assisi, cioè nella lettura di una duplice metafora. La chiesa inferiore è un ipogeo medievale trasfigurato in cripta cristiana, mentre quella superiore è un’invocazione rivolta alla luce: l’espressione del secolo che s’appresta a celebrare la fede dinanzi la natura. Non c’è monumento che rappresenti l’Umbria meglio della basilica di Assisi, la cui energia ctonia si alza dal basso per tradursi in un Cantico. Alle 11.42 del 26 settembre 1997 il respiro della basilica rischiò di arrestarsi sotto una forte scossa di terremoto. Le volte della prima campata crollarono provocando quattro vittime e causando la perdita degli affreschi. L’Umbria rimase attonita a contare quei 300.000 frammenti disseminati sul pavimento, coperti di polvere e macchiati di sangue, cosicché la chiesa fu chiusa fino al 29 novembre 1999 per il restauro. Oggi tutto è tornato al suo posto. Non saranno i terremoti a fermare la storia. Il tempio disteso fra i contrafforti del Subasio guarda la valle non più azzurrina di acque e di fossi, non più ricamata di viti e di olmi, come essa si mostra in una celebre foto di fine Ottocento. Adesso quella valle è malata, cosparsa di cemento, capannoni e casette a schiera. Dall’interno della basilica non s’avverte lo scempio, mentre attraverso le finestre gotiche la luce dilaga per le navate risanate; ma basta affacciarsi dalla balaustra che fiancheggia il prato, per accorgersi del degrado. La basilica, che il santo non vide, è la metafora di un’Umbria scomparsa. Pur avendo fondato molti conventi, Francesco viaggiò in continuazione, preferendo sempre la vita dei campi, dei boschi e delle sorgenti, dove poteva ascoltare la melodia delle acque e il canto degli uccelli. Sebbene fu figlio del medioevo, Francesco avvertì bisogni i ignoti ai suoi contemporanei, uscì dal chiuso dei cenobi per dedicarsi ad un misticismo attivo, a una fraterna comunione con le creature terrestri. Restaurare un luogo di culto di siffatta importanza è cosa lodevole: il mondo intero si mobilitò per farlo, ma non è nulla se tutt’intorno l’Umbria dei campi, delle siepi, dei colli e delle sorgenti, muore. Francesco non fu ispirato dalle grandiose architetture gotiche, ma dalla rappresentazione della natura; e se tornasse comincerebbe, forse, a restaurare il paesaggio, come fece con San Damiano.

Siparietto. L’architettura è ben poca cosa senza la sua cornice. Non c’è luogo di culto che tenga, senza quel paesaggio che trovò un interprete sensibile in Giotto, magnificato da Dante nel panteon delle gerarchie celesti e celebrato per il senso della realtà ereditato dall’infanzia contadina. Il filone aureo, festante, primaverile del sommo artista, porta la gioia irradiante della creazione che pervadeva l’Umbria dei Comuni. In Assisi il genio di Giotto recide ogni legame, escogita forme nuove di pensiero, si scrolla di dosso il passato, s’immerge nell’atmosfera umbra con estro fecondo di idee originali. Ce ne vorrebbero di idee originali per rigenerare l’immagine di questa regione, per cogliere nella loro essenza umana le forze vitali che ancora la abitano. La contraddittoria bellezza dell’Umbria può ben riassumersi nell’anima sublime della basilica di San Francesco, ma anche nella storia millenaria di soprusi e di rozzi capitani di ventura. Sono distanti gli anni in cui da queste parti regnava incontrastato il bello, il sublime, con il quale nessuno, oggi, è più disposto a confrontarsi. “Sublime tu me provochi? E io me te magno”, come direbbe Alberto Sordi. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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