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Al ricercatore di funghi che passa per Rasiglia o per Sellano, due dei paesi più duramente colpiti dal terremoto del 1997, sembra che in quelle zone il peggio sia passato. Ma non è così. Lungo la strada che conduce al valico del Soglio non s’incontrano camion. Da quando è aperta la galleria di Sant’Anatolia il traffico locale, diretto all’incrocio con la SS209 della Valnerina, è ridottissimo. In questi giorni è venuto giù il diluvio, ma è spuntato anche il sole, a regalarci l’estremo segno dell’estate. Mentre nella Valle Umbra le olive già cadono, lassù spuntano gli ultimi funghi: i lardai, le biette, le trombette di morto, i sanguinosi, tanto ambiti dagli spoletini. Nelle selve di Terne e di Pupaggi scricchiolano le foglie. Nei boschi si sentono chiamarsi e ridere i ragazzi. Parcheggiano la macchina a lato della strada asfaltata e salgono su con il pretesto di raccogliere Cantarelli e Porcini. A volte perdono l’orientamento, sbagliano percorso, per ritrovarsi nei tratti di macchia meno fitta. Certi rinvenimenti devono avere qualche delicatezza se una ragazza strilla o gioisce, ogni tanto. Uno strepito, uno scroscio di risate, un precipitarsi su uno strato di foglie secche festeggiano la scoperta di un ovulo tardivo, già attecchito dai vermi o la testa scura di un porcino sbucata dal terriccio. Non sono i funghi che vanno a cercare. Poi ci sono i fungaroli veri, che come i boscaioli, resistono. Prima di mettersi all’opera, sornioni, si incontrano per un caffè nei baretti di paese. Taciturni, asociali e sospettosi, quando albeggia sono già nel fitto. Conoscono palmo dopo palmo le selve dell’Appennino, riempiono i sacchi e talvolta li nascondono sotto le foglie. Sono dei delusi, dei frustrati. Incapaci di praticare il consorzio umano, trovano conforto a praticare i boschi.

Siparietto. È un ometto con gli occhiali spessi e la giacca di fustagno quello che sbuca da una macchia. Quando arriva il freddo e i funghi non spuntano più, parte la mattina con una sega a motore per far legna nei boschi. Ne taglia quanto può e poi la vende. La metà la dà al proprietario. Dopo aver nascosto i funghi in macchina, sproloquia, sragiona del giusto e dell’ingiusto, dell’onesto e del disonesto, della legge di stabilità e delle piccole cose accadute in paese. Parla della promessa esenzione Irpef per redditi sotto i 12 mila euro e della rottamazione delle cartelle esattoriali, segno che i partiti si preparano alle prossime elezioni. Forse ci acchiappano più i fungaroli degli analisti politici che si accapigliano in televisione. La crisi economica non lo tocca, perché è nato povero e ci morirà, tanto “non si fanno mica le nozze con i funghi”. Se lo dice lui. Teme solo il freddo che sta per arrivare. Non è vero che i funghi non nascano più a novembre, sentenzia, ma quando nascono marciscono sotto le foglie, perché nessuno li va a cercare. Lo dice ironizzando, come se volesse sottintendere qualcos’altro, che nella sua mente abbia preso le sembianze di un dilemma, qualcosa che se risolto possa, alla lunga, mutare la società e il mondo intero. Tra pochi giorni sui valichi inizierà a nevicare, il vento farà stormire i fianchi della montagna, ma non dissiperà i rancori degli uomini, mentre gli animali si muoveranno nel sonno profondo del loro letargo. Il fungarolo la sa lunga, più di quanto vorrebbe far credere. Gioca con le metafore, parla di marmotte sedute in Parlamento, di vipere aggrovigliate nelle tane dei partiti, di lepri che più le rincorri e più scappano e di ghiri che aspettano solo la pensione. Tutte queste cose le ha imparate al bar, la sera, al tavolino della briscola e tre sette e le racconta a modo suo, prima di salire sulla Panda e sparire in direzione di Sellano, senza averci mostrato i funghi. I fungaroli possono rivelare i loro rancori, i contenuti dei cesti mai. Sbagliano i politici a credere che certi mondi siano lontani, che la gente semplice non lasci crescere dentro di sé le proprie convinzioni, come la terra, d’inverno, il grano. Mentre le città sono strette nella morsa dell’assuefazione, che fa accettare di buon grado l’inganno e il sopruso, tra i monti, c’è chi non dimentica le promesse tradite, i progetti abbandonati. Fungaroli sì, ma mica fessi. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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