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Giovanni Battista Bugatti, noto alla storia come Mastro Titta, si cimentò per la prima volta a Foligno il 22 marzo del 1796. Alla città umbra va riconosciuto il discutibile primato di aver assistito al battesimo di sangue del carnefice pontificio, che impiccò, prima e squartò poi, Nicola Gentilucci, un giovinotto tratto dalla gelosia, che aveva ucciso il prete di Cannaiola di Trevi e di seguito – per non farsi mancare niente – anche due frati, dandosi poi alla macchia. Un autore anonimo del secolo XIX scrisse una falsa, ma attendibile, autobiografia dal titolo “Mastro Titta, il boia di Roma. Memorie di un carnefice scritte da lui stesso” dove è descritto il brillante esordio folignate del giustiziere al servizio di Sua Santità. Dio ce ne scampi e liberi di certi Papi. Per fortuna oggi abbiamo Bergoglio, pontefice prêt-à-porter, del quale gira su Facebook una curiosa foto, in cui si legge un commento: “Non so se mi fa più ridere Bergoglio che riceve Massimo Boldi o Massimo Boldi che bacia disinvoltamente l’anello papale con l’altra mano in tasca”. Adesso la carneficina la fa la comunicazione. I patiboli sono sostituiti dai social network. Per chi volesse saperne di più, l’impiccagione del Gentilucci ispirò il romanzo “I topi del Papa”, scritto da un discendente del giustiziato. Quanto alla finta autobiografia, pubblicata in chiave anticlericale dopo la presa di Roma, ci presenta il cinico e freddo assassino, la mano spietata del governo del Papa Re, restituendocelo come un commesso viaggiatore della morte dello Stato Pontificio. Se ne ricava la drammaticità di un personaggio, le cui gesta cruente incombono inesorabilmente (e metaforicamente) sui nostri tempi. Anche oggi tutto trama – se non per la decapitazione – per la morte civile, quella accelerata dai giornali e dalla rete, ad opera e ministero dei neo strutturatori della democrazia, degli intellettuali di rozzissima scuola, degli agitatori dalle idee ristrette, dei figli di un culturalismo di consumo e di un giustizialismo frou frou, così regressivo e massimalista, da farci pensare ad un déjà vu. Sangue a catinelle. Il periodo di cultura realista che stiamo attraversando ricorda i tempi del marchese del Grillo. Tutti in fila dietro i pifferai magici del potere mediatico, che neppure loro sanno dove ci portano: questo sì che è un argomentone per il prossimo festival del giornalismo, se non decapiteranno pure quello. Intendiamoci, quello che accade oggi non si identifica con la raccomandazione del Beccaria secondo il quale l’essenza della giustizia (e della deterrenza) sta nel rendere la pena il più sollecita possibile, per la sicurezza e il buon ordine della società. Oggi i cloni di Mastro Titta si sono moltiplicati come tanti Gremlins alle prese con l’acqua: te li trovi in bacheca, quando non in televisione.

Siparietto. Vaglielo a spiegare a chi gestisce l’apparato, che la morte degli altri, compresa quella politica, non è utile né necessaria per il diritto e per la democrazia. Chi ci salverà dal destino cinico e baro, chi dai grotteschi del politicamente corretto, chi dal neo-puritanesimo? E’ ora di rifilare qualche ceffone, come quelli descritti nella poesia del Belli “Er ricordo”, dove un padre – adeguatosi ad un’antica tradizione romanesca – a fini educativi mostra al figlio la lugubre cerimonia in cui il boia – che tra tutti i mestieri ha preferito quello di tormentare e uccidere i propri simili – sopprime una vita. Gliela mostra colpendolo nel contempo con un sonoro ceffone, perché ricordi che nessuno può ritenersi migliore di un qualsiasi delinquente, aggiungendo che anche gli intoccabili sono soggetti alla stessa fine, se non rigano dritti. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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