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Le ragazze di Foligno hanno la nomina di essere le più belle della regione. Chissà poi perché? Quella che fa la spesa in piazza dell’Erba non sa distinguere un cardo gobbo da un sedano, un guanciale da una pancetta, un baccalà da uno stoccafisso, ma è giovane, alta e bella. Nella sua semplicità veste con gusto, bicicletta compresa, acquistata da Ugolinelli, negozio storico e anche un po’ stoico, dato che resiste ancora nella centralissima via Mazzini. Dovreste vederla come si muove tra i banchi della verdura, mentre ripone i broccoli nel cestino fissato al manubrio. Fino a qualche anno fa i broccoli venivano dalla campagna circostante. Li portava in città il contadino, insieme alle fave, ai carciofi, alle uova, ai polli, al formaggio e agli agnelli. Recava con sé anche il modo di cucinarli. Se le città umbre potessero contare su un governo, allora questa regione potrebbe davvero considerarsi un’isola felice. Invece oggi è solo un’isola, una periferia, non si capisce bene di cosa. Qualcuno ha deciso che a noi dona l’abitato sparso, puntellato da rotatorie, villette a schiera e svincoli. Così i broccoli, le mele, le pere, i piselli, i fagioli e via dicendo non vengono dall’orto fuori le mura, ma da molto lontano. Eppure Foligno non si è nutrita solo delle sue fabbriche, ma soprattutto dei prodotti provenienti da Cave. A ricordarcelo, in questi giorni, è stato Barbanera. Sempre lui, il vero genius loci di Foligno. O meglio, a ricordarcelo è stato Feliciano Campi, con la sua mostra “Barbanera dei Cibi Felici: Le ortaglie, i campi, il tempo, la luna negli almanacchi” allestita a palazzo Candiotti in occasione del festival “I Primi d’Italia”. Che fine hanno fatto i cibi della felicità, del mangiare consapevole, dalla stagionalità, dell’equilibrio dato alle pietanze dai diversi ingredienti tradizionali? Accidenti che città di sbadati. Foligno non ha ancora intitolato una via a Barbanera, il più noto tra i suoi ambasciatori. Per fortuna a vivificarne la presenza ci pensa Feliciano Campi, irremovibile Esiodo migrato a Spello, dove ha realizzato un orto a margine della sua casa editrice. Non siamo più capaci di trasmettere ai nostri figli il senso del viaggio nel tempo, come spiegava Massimo Montanari, esperto di storia dell’alimentazione, che a Barbanera ha dedicato la conferenza “I tempi del cibo” intanto che Isabella Dalla Ragione presentava la sua esaltante esperienza di ricerca dal titolo “Archeologia Arborea. Antichi frutti ritrovati tra cibo, paesaggio e arte”.

Siparietto. Quanto ci guadagnerebbe in fascino e pretendenti la bella folignate in bicicletta che sapesse di ortaggi, frutteti, semi da piantare con la luna e prugnoletti da farne marmellata? Ganzi questi folignati quando dicono di voler ricordare. Peccato che poi a casa fanno tutto il contrario e per strada aprono ristoranti di sushi e proseccherie. “Barbanera! Barbanera di Foligno! Santi, fiere, tempo e lune”. Eppure a piazza dell’Erba è ancora possibile ascoltare la persistente vivacità del dialetto folignate, dileggiato (“Quant’ parlat’ male voi a Foligno”) dai cugini di Perugia, dove la gente è così raffinata, che il centro storico se l’è giocato da un pezzo. La pischella in bicicletta (come suona strano in questi giorni il vezzeggiativo) schivando i cassettoni stracolmi d’immondizia, non distingue un guanciale da una pancetta, eppure pedala sulla favola bella, che oggi la illude e che la illuderà fino alle prime avvisaglie del climaterio, quando assalita da inarrestabili vampate, mai avvertite prima, deciderà di appendere al chiodo la vanità (“il tuo nome è donna”) insieme al vestitino di Zara, indossando finalmente il sinale, per riscoprire l’anacronistico significato di un battuto di lardo e il piacere di rendere la vita meno grama al suo prescelto pollastro di allevamento, quello che condivide con lei i rimpianti per il passato. Anche perché con l’iva al 22% del doman non v’è certezza. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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