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Nelle colline di Todi, dove la vista si apre su uno degli scorci più spettacolari della regione, c’è lo studio di Berverly Pepper. Sullo sfondo svetta la cupola della Consolazione, straordinario marcatore del paesaggio circostante. Un articolo di Nina Burleigh, comparso nel magazine di “The Wall Street Journal”, celebra l’artista novantenne immersa nello scenario umbro, che continua ad esercitare su di lei una decisiva influenza. E’ sorprendente come questa regione riesca ad acchiappare gli animi sensibili, compresi quelli degli artisti più restii, che per appassionarsi definitivamente ad un luogo devono imprimervi i segni della loro arte. Così – per non subirlo completamente, il paesaggio – scolpiscono cipressi in rettangoli perfetti, potano cespugli a forma di sfera, erigono vessilli verso il cielo, modellano rocce, come se il Padreterno non avesse completato la sua opera e le piante di fico, le querce, le distese di campi, gli arati, necessitassero dell’ulteriore tocco umano. Del resto che cos’è il paesaggio se non il prodotto di una mediazione tra la natura e l’intervento dell’uomo? Tra questi colli profumati di rosmarino e di erbe spontanee, più di quarant’anni fa, Beverly Pepper fissò la sua dimora, dopo aver chiuso – come ci ricorda Nina Burleigh – con la Dolce Vita, fatta di Ray-Ban, di Vespe, di balli in maschera a Venezia con Gore Vidal, di cene romane con Fellini, Liz Tailor e Grace Kelly. Di tempo n’è passato e anche di amici. La Pepper è stata la vera autentica ambasciatrice di Todi nel mondo. Fu nel 1962 in occasione di “Sculture nella citta” che s’innamorò della nostra regione, lavorando a Spoleto con Alexander Calder, David Smith e Arnaldo Pomodoro. A guardare quelle sculture si ricava l’impressione che gli uomini siano divisi in due razze inconciliabili: quelli la cui azione è compatibile con il paesaggio e quelli che il paesaggio riescono solo a devastarlo con i loro interventi. La Pepper appartiene alla prima razza, se è vero che nella sua opera si avverte qualcosa di simile alla compostezza di un gemito. I suoi lavori, senza interromperlo, anelano a colloquiare con lo spazio circostante attraverso l’interiezione di una parola indeclinabile, che esprime un subitaneo sommovimento dell’animo. Anche se le sue opere sono sparse per il mondo, quei pilastri arrugginiti, quelle fette di metallo, quelle particelle d’ammirazione per il bello, parlano del paesaggio umbro, dove sono state ideate e progettate. Di questo è capace l’Umbria, di dialogare con artisti del calibro di Burri e della Pepper, di assomigliare alle loro opere, pure quando esse appaiono ispirate ad una dolce violenza, che ad osservarla dura solo un secondo, prima di mutarsi in un rapido ghigno d’amarezza per quella curva discendente, che cotanta storia ha compiuto sopra il cielo profanato della regione. Eppure nelle sue colline si respira un soffio d’infinito e nelle città è possibile scorgere ancora un progetto culturale che avanza da venticinque secoli, verso il quale l’artista non può rimanere impassibile.

Siparietto. Bisognerebbe spiegarlo al mondo della politica. Tutti gli umbri innamorati di verità, dell’ossuta e incartapecorita verità – quella che solo la conoscenza dell’arte riesce ad esprimere come si deve – dovrebbero vedere il cortometraggio girato nei primi anni Sessanta (consultabile nelle Teche Rai) dal titolo “In giro per l’Umbria”. Lì il paesaggio si mostra nella sua veste variata e naturale, nelle sue linee e nei suoi colori, consistenti nell’assenza di contrasti, per via di quella dolcezza ordinaria che scendeva al livello della vita quotidiana. E le città, la cui arte era priva di ostentazione, erano abbandonate in esso, quasi senza un contorno. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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