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L’unica via possibile, per l’Umbria, è quella della tutela dell’arte, dell’ambiente e del paesaggio. Garantire questi valori ereditati dal passato, cui la Costituzione attribuisce spiccato rilevo, significa salvaguardare le future generazioni. Se questo corollario si confà al patrimonio paesaggistico e ambientale dell’intero paese, s’attaglia ancor di più al corridoio del quale l’Umbria costituisce la strettoia insidiata da un progetto la cui realizzazione non è più rinviabile. E’ il percorso che partendo dai Balcani raggiungerà la Spagna, per allungarsi fino all’Africa, le cui infrastrutture collegheranno l’Europa dell’Est con quella dell’Ovest, liberandoci dal nostro secolare isolamento. Un varco fatto di treni, autostrade, allacciamenti e interporti, che attraversando i nostri territori ci farà diventare il baricentro del Mediterraneo, attraversato il quale sarà possibile raggiungere gli approdi dell’Adriatico e del Tirreno. Forse scompariranno le regioni lasciando il posto a quella osmosi tra Toscana, Umbria e Marche, che faciliterà la realizzazione degli scambi commerciali europei. Il progresso non può essere fermato, ma sarà bene mettere a punto un piano di lavoro perspicace e condiviso, che garantisca prima di tutto la salvaguardia ambientale e paesaggistica, perché questa culla dell’arte non ne rimanga sfigurata. Chi lo ha detto che non possano coesistere le infrastrutture di collegamento veloce con la tutela – costituzionalmente garantita – dei valori dell’ambiente e con questo senso fortissimo di continuità con l’antico di cui noi umbri siamo portatori sani? Nel 1948 la Costituzione ha assegnato al patrimonio storico e paesaggistico una missione nuova al servizio del nuovo sovrano: il popolo, rispondendo all’invocazione lanciata quattro secoli prima da Raffaello, quando ancora la storia dell’arte era la vicenda dell’autorappresentazione delle classi dominanti. Il dettato costituzionale ha trasformato questo patrimonio in un luogo dei diritti della persona, una leva di costruzione dell’eguaglianza, un mezzo per includere coloro che erano sempre stati soggiogati ed espropriati.

Siparietto. Nulla dovrà essere sacrificato sull’altare dei commerci e della rapidità dei collegamenti, che seppur indispensabili, dovranno adeguarsi – attraverso la realizzazione di progetti lungimiranti e condivisi – all’unione divenuta ormai indissolubile tra paesaggio e infrastrutture. In passato l’Umbria ha giocato una parte fondamentale nella storia, tanto che per secoli è stata identificata come un punto di riferimento della civiltà irradiatasi dall’Italia di Mezzo verso il mondo intero. Questa piccola grande regione è tutt’oggi condizione essenziale per la stessa esistenza di una democrazia moderna, sempre che venga rispettato, qui più che altrove, il precetto dell’art. 9 della Costituzione, che costituì la promessa di una rivoluzione. Non saremo noi umbri, che al progresso abbiamo dato sempre del tu, a fermare il progetto, orgogliosi come siamo della nostra tenuta civica e dei valori che innervano la nostra tradizione civile di lungo corso. Qualcosa ci dice che le future generazioni dirigenziali saranno migliori delle attuali. Ce le immaginiamo capaci di elevarsi a garanti del bello, della “pubblica utilitas” sovraordinata all’interesse dei privati, tanto da restituirci, di nuovo, il ruolo di primo piano assegnatoci dalla storia, di cui le beote politiche localistiche ci hanno deprivati. Divenga pure l’Umbria il baricentro del Mediterraneo, non fosse altro per dare un compimento alla vita individuale e comunitaria dei nostri figli, alle loro nuove consapevolezze, ma solo nel senso straordinariamente fecondo auspicato da Piero Calamandrei, che non nacque da queste parti, ma che da confinante fiorentino, vi ci si sarebbe trovato bene. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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