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Se ne sono lette e dette di tutti i colori. A sollevare lo scandalo fu il traboccante interesse per la visita di Papa Francesco. Giù a inveire contro il sistema del frate imprenditore e della suora albergatrice. Che se ne dica Assisi rappresenta ancora un tentativo -scandaloso per alcuni, lodevole per altri – di sopravvivenza della religiosità. Siamo convinti che l’attuale formula è diversa nelle apparenze, ma uguale nella sostanza e non incide sull’immagine dell’Araldo del Gran Re, dipinto dai maligni come il patrono del business. S’è parlato di chiese enormi, deserte per mancanza di vocazioni, di conventi trasformati in alberghi, di reception al posto dei refettori, di pellegrini spremuti fino all’osso e di costi degli alloggi mascherati da offerte. Qualcuno ha interesse a far credere che Assisi abbia perso ogni riferimento alla religiosità, ma questo non è vero. Come non è vero che la proprietà e il senso degli affari debbano necessariamente corrompere e distogliere dal senso religioso, che a dispetto di tutti aleggia immutato sopra la città. Quello che serve oggi è salvare l’immagine di Francesco e la memoria della sua presenza. Dopo secoli di prodigiosa fecondità la terra umbra continua a germinare, anche quando lo spirito inizia a inaridirsi, certamente non per colpa di Assisi. La stessa cosa vale per Lourdes, Santiago De Compostela, Medjugorje, Gerusalemme e Czestochowa. Da che mondo è mondo la fede, ha sempre dovuto fare i conti con i tempi. I fervidi atei che rosicano per l’arrivo di Papa Bergoglio hanno elevato la loro fatwā contro il consumismo religioso perché si sono accorti che il Papa, venuto dalle favelas, gli ha sfilato di braccio il copione. Così se la prendono con il luogo della rappresentazione. Oggi quello che conta è ridurre il distacco tra San Francesco – alias genius loci – e gli ospiti, con i quali è indispensabile stabilire una corrente di cordialità, di amicizia, di accoglienza per generare nei visitatori (chiamarli pellegrini sarebbe anacronistico) un seme di francescana tenerezza. Reception o no Assisi rimane un’oasi di pace nella tumultuosa società moderna. Dove sta scritto che strisciando la carta di credito non ci si possa riconciliare con i valori eterni dello Spirito?

Siparietto. L’Umbria va fiera dei suoi richiami francescani. Per accertarsene basta spostarsi dove la tradizione vuole che il santo pronunciasse la sua minuta orazione alla schiera celeste degli uccelli, accorsa ad ascoltarlo. Lì tra Cannara e Bevagna i detrattori potranno percepire i fruscii di ali, i pigoli sommessi, i sospiri di foglie accarezzate dal vento che scende dal Subasio e lambisce i poderi, i fossi e gli anfratti profumati di malve, ma si badi bene, dopo aver attraversato rotatorie, urbanizzazioni, villette a schiera e porcilaie abusive. E’ così che l’Umbria intera sopravvive, pullulante di testimonianze solenni che hanno confortato l’Araldo del Gran Re nell’adempimento dell’arduo compito d’amore, che intraprese mentre l’odio spargeva la leggenda di Caino. Non sono le reception ad arrecare danno, ma la scomparsa definitiva della forza ineluttabile che fece fiorire l’albero e muovere le montagne, portando dovunque la nuova concezione, suscitando adesioni e simpatie, conversioni e commoventi ritorni alla pratica religiosa, all’etica e in un certo senso anche alla politica, questa sconosciuta. Prima di criticare i frati guardiamoci dentro casa. E’ vero, gli uomini hanno più bisogno di fede che di pane, ma la colpa non è né di Assisi né del pensiero cristiano, se la società non è più in grado di ritrovare la strada della semplicità e della comprensione umana contro il cinismo. Per dirla papale papale: con i tempi che corrono è ardua faccenda servire il santo, spargere la sua parola, alimentare la luce che irradia dai suoi pensieri e li rende leggeri e luminosi come quel che rimane del paesaggio umbro, agonizzante intorno alla Basilica. Ci vorrebbe un miracolo, appunto. Beata umbritudine, umbra beatitudine


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