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Chi di domenica s’appresti a percorrere la valle dal Nera, non si distragga ad osservare il succedersi di colli, dirupi boscosi, corrugamenti rocciosi, gole scavate dal fiume, che sembrano usciti dal pennello di Turner. Piuttosto si concentri sulle letali traiettorie dei motociclisti, che guidano come schegge impazzite su una pista da Gran Premio, sfiorando le auto provenienti in senso opposto, superandosi rischiosamente tra loro. Il paesaggio è sempre lo stesso ma, con il passar degli anni, i rumori sono cambiati. Qualcuno ricorda ancora i rumori del trenino, che s’inerpicava lentamente fino a Norcia, dopo essersi infilato nelle gallerie e seguito le pieghe capricciose della strada: la vera tentazione – spesso fatale – per gli emuli di Valentino Rossi. Non s’ode più il fragore stridente dell’acciaio, che risuonava negli angusti fori della terra, ma il rombo tremendo di tanti cavalli impazziti. Da cinquant’anni quelle valli non conoscono più lo strepito del treno sospeso nel vuoto, che si tuffava nelle serpentine, si librava sugli agili viadotti, superava gli impluvi, scendeva verso il fondo, dove la Nera, prima di ricomporsi lenta e trasparente, iniziava la sua discesa verso le Marmore, per ricevere il mitico abbraccio del Velino. Solo di notte, tra i costoni erosi, s’odono ancora le contorsioni del vento che struscia sulle pareti delle gole, impatta nei contrafforti dove l’uomo ha issato, ora una torre, ora un campanile, ora un gruppo di case grigio polvere. Sono i paesaggi della Valnerina, in equilibrio sui precipizi di Biselli, Serravalle, Vallo di Nera, Piedipaterno, Sant’ Anatolia di Narco, Cerreto e Triponzo. Intanto le moto sfrecciano assordanti lungo il nastro d’asfalto, oggi che – ahinoi – ci avrebbero fatto comodo quei cinquantadue chilometri d’ingegneria ferroviaria, fumati nel 1968 con la firma di un decreto di soppressione ad opera del Ministro dei trasporti Oscar Luigi Scalfaro. Pace all’amina sua: che il fragore della ferrovia a scarto ridotto non disturbi il suo sonno, per il rispetto che portiamo ai morti, comunque questi si siano comportati in vita. Ora che ci facciamo con quel tracciato, esempio di alta tecnica ingegneristica, di quel sorprendente intersecarsi di gallerie e ponti da dove lo sguardo spaziava sui fondali più belli della regione?

Siparietto. Del paesaggio se ne fregano i beffardi centauri. Saettano indisturbati grazie all’assenza di controlli, lasciando purtroppo, qua e la, pietosi segnali delle loro gesta, sotto forma di lapidi e mazzetti di fiori, ma alla memoria. Scrivemmo su queste pagine che l’eliminazione di quella ferrovia fu una vera iattura. Pochi etti di Mortadella o di Ciauscolo, consumati dai motociclisti negli alimentari di Borgo Cerreto, non sostituiscono il “genius loci”, non rappresentano un’alternativa al valore ingegneristico di quell’opera mandata in malora. Cibo di strada e “birra e gazzosa”, sono niente in cambio di quel gioiello di architettura ferroviaria di montagna, indispensabile complemento all’orografia e al paesaggio della Valnerina, che oggi sarebbe stato essenziale per il rilancio turistico. Attendiamo fiduciosi la realizzazione di un’efficiente pista ciclabile, ma anche l’istallazione di rigorosi sistemi di controllo, che impediscano lo svolgersi settimanale dei Gran Premi di motociclismo. Non fosse altro per scongiurare altre lapidi. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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