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Ferragosto, Umbria mia non ti conosco. O meglio, ti conosco anche troppo bene, per cui vado a fare il cretinetti altrove, a patire il caldo imbottigliato nel traffico, a trascorrere vacanze snobbine, liberal, per poi pubblicare l’evento su Facebook, con tanto di foto con sotto braccio un fascio di giornali mozzorecchi. Tanto, che sia Capalbio, Castiglione della Pescaia o Roccaporena di Cascia, chi ci fa caso? I Perugini preferiscono Fano e i folignati Porto Civitanova, per una grigliata di pesce tutta da verificare, considerato il fermo biologico. Così al ritorno ci scappa una capatina allo spaccio di Casette D’Ete, alla conquista dei mocassini Tod’s. Peccato per il traffico preso in ostaggio dai biciclettari, quelli con una mano sul manubrio e l’altra, con il medio rialzato, rivolta all’automobilista. Mare, monti, città d’arte, file chilometriche al casello ma, quel che conta, è via da Foligno, Terni, Perugia, città con le saracinesche abbassate, effetto Bengasi. Con un pensiero all’Imu e un altro alle larghe intese, l’umbro non si accontenta più di mettere al fresco un cocomero nel fiume, che la moglie controllava con i piedi a mollo e la sottana rialzata. Non rinuncia al suo esodo di ferragosto. Rinnega le tagliatelle col sugo d’oca per i prodotti biologici, biodinamici, politicamente corretti e non si fa mancare lo street food, che è l’invenzione dell’acqua calda, al cospetto della torta al testo di Faliero. L’umbro a ferragosto sogna il sushi e il food finger, perché il cuore e il palato, ma anche l’esperienza, non manchino di nulla. Tutto sta a capire – noi non ci siamo riusciti – il momento in cui il desiderio lascia il posto al piacere, considerato da dove proviene quella roba puzzolente da mangiare. C’è nessuno? Qualcuno sarà pure rimasto a casa a cuocersi uno Scottadito. E quando diciamo a casa, mica diciamo in punizione, se è vero che a chilometro zero è meglio. Vaglielo a spiegare, all’umbro – travolto dalla nouvelle vague dei cibi e dei luoghi esotici – che è seduto sopra un tesoro. Dice: “Ma che il giorno di ferragosto faccio quello che ho fatto tutto l’anno?”. Tutto l’anno? Quante volte hai visto l’abazia di San Pietro in Valle a Ferentillo, la Collegiata di Lugnano in Teverina, l’area archeologica di Carsulae, l’abazia di S.Maria di Sitria a Isola Fossara, splendidamente incastonata tra i contrafforti del Cucco e del Catria, dove tra gole impenetrabili scorre il Sentino, fiume consacrato al “nomen” degli Umbri,mica a mantenere i cocomeri al fresco. Eppure, lacerati tra le due prospettive possibili, ciechi di fronte al richiamo del mare, finiamo sempre per spiaggiarci. Il desiderio di raggiungere il mare, per noi umbri, ha un oggetto, un obiettivo verso il quale tende e una causa esterna: il mal sopportato isolamento.

Siparietto. Mentre cerchi di stivare la suocera nella Punto a metano,ti esce fuori quel guastafeste della porta accanto e ti spiega che la cosa migliore non è andare al mare, ma caricare la bicicletta in treno e raggiungere, dalla stazione di arrivo più vicina, Ferentillo, Lugnano in Teverina, Carsulae e Isola Fossara, queste sfigate – perché trascurate dalla promozione turistica – località che tutti ci invidiano, ma di cui non sospettavi la presenza. Molto civile, ma molto complicato, pensi, mentre sei alla ricerca di un ristorantino alla moda a Senigallia, dove servono sushi mediterraneo al ritmo della voce assordante della suocera, che ti entra piacevolmente nelle orecchie. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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