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Immaginate una via illuminata da un vecchio lampione debolmente scintillante nella penombra, un muricciolo che separa una piazzetta da un orto, i teneri colori degli intonaci ottocenteschi che accarezzano il passato, lo ripropongono con lo stesso derelitto distacco dal mondo di un cadavere d’annegato sotto il pelo dell’acqua. La città umbra mostra le sue rughe. Il tempo l’ha resa avvenente, perché la bellezza delle nostre città, per considerarsi tale – come succede a certe donne mature – ha da mostrare i suoi anni. La città umbra non è morta, sebbene architetti, geometri, appaltatoretti e zelanti dirigenti degli uffici urbanistici – che compongono il misterioso, uggioso, severo, ridicolo universo dell’edilizia – ce l’abbiano messa tutta per strangolarla. E’ solo perennemente agonizzante. La sua vera cifra è la pietra dei monti vicini e talvolta, a valle, l’intonaco. Pietra e intonaco costituiscono due livelli di percezione primaria, due elementi dominanti e imprescindibili della nostra memoria. Essi pongono gli abitati in rapporto di stretta contiguità, di suggestione magica e metafisica, con la montagna – da dove viene la pietra – e con il fiume – da dove proviene la breccia. Basterebbe insegnare questo ai nostri ragazzi, per vincere l’usura percettiva delle loro abitudini ai non luoghi, che poi sono le abitudini degli sciatti genitori e insegnanti che li hanno allevati. Spoleto, Spello, Gubbio, Nocera, Trevi, Norcia, Gualdo Tadino rispettavano il rapporto ambientale con i monti, fascinosamente collocate come in un tempo consegnato, distante, apparentemente irraggiungibile. Foligno, Bevagna, Torgiano e Cannara colloquiavano con l’acqua, da cui furono salvate fino a dare l’impressione che il tempo si pareggiasse, s’appiattisse sulla rena dei loro intonaci, ancora presenti dove non sono arrivate le collette della ricostruzione. Angelo Velatta, veneziano d’origine e Perugino di adozione, ci segnala una serie interminabile di analogie tra l’antica Foligno, circondata dalle acque, e la città lagunare. In epoca di ripavimentazioni affiorano condotte, portici e ponti dappertutto.

Siparietto. Bisognerebbe insegnarla ai giovani, la città umbra, come va facendo con rabbia e tenacia Ivo Picchiarelli, che sfoglia intonaci per strada come fossero libri di storia. Non è solo la mano incolta dei tecnici a minacciare le nostre città, a mettere a nudo la tristezza e la sterilità delle cose devitalizzate. E’ soprattutto l’insipienza di chi ci amministra, a cui non sorge neppure il sospetto che gli ambienti dove hanno vissuto gli uomini, lasciando i loro segni, non si concludono in se stessi, ma vivono delle irradiazioni del mondo circostante che una volta fu il loro. Le case, le vie, i palazzi esigono lealtà storica, anche a costo del ridicolo e delle scomodità. La pietra e l’intonaco erano la città, erano la materia che tutto riassorbiva in quella spettacolosa continuità di manualità artigiana, di spirituale partecipazione e intima approvazione sociale. Oggi che questo rapporto è saltato, ci accorgiamo di amarle, le nostre città. La vita è buffa: ci si ama di più quando ci si dice addio. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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