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Ti sembra di essere felice, passeggiando di prima mattina per Spoleto Alta. Felice, perché non sei al Cairo, a Madrid o in qualsiasi altra capitale; felice perché ti accorgi di camminare dietro un vecchio cane in cerca di emanazioni, che non mancano mai; felice perché la felicità è un diritto più facile da esercitare se sei a Spoleto, meglio se al fresco estivo delle antiche mura tappezzate di Capperi e Parietaria, mentre la città si risveglia e il Monteluco, sacro di boschi e di eremi francescani, libera i primi tiepidi raggi di sole dalle feritoie dalla possente rocca albornoziana. Non c’è bisogno di essere Lord Byron, D’Annunzio o Ugo Mulas, per apprezzare la città. Spoleto si fa apprezzare da sola. Ancora oggi, nonostante l’impoverimento del tessuto sociale e lo spopolamento del centro storico. Ci piacerebbe tornare indietro, neppure tanto, al 1962, quando a Spoleto si tenne “Sculture nella Città”, la rassegna organizzata da Giovanni Carandente in occasione del quinto «Festival dei Due Mondi». Parliamo della Spoleto tramandataci dal grande fotografo Ugo Mulas, che ritrasse gli artisti al lavoro, cogliendo per le piazze e per i selciati la bellezza e l’importanza di quella felice stagione dell’arte. Per la prima volta, la fotografia e la gente intenta alle occupazioni quotidiane, divennero una sola cosa con l’arte. Altra epoca, altre sensibilità, in grado di mettere in piedi quella campagna assoluta e inedita che Ugo Mulas compì sul fronte della scultura moderna, consapevole di doverne testimoniare a futura memoria. Solo così e solo a Spoleto si sarebbe potuto perpetuare quell’esperimento, come scrisse l’Observer di Londra. A cinquant’anni di distanza ripercorriamo quell’itinerario, con le foto di Mulas in mano, figurandoci l’immobilità delle sculture, i giochi di ombre, i controluce, sfogliando sul posto quel diario per immagini che ogni spoletino ancora degno di questo nome dovrebbe mostrare ai figli, perché sappiano che grazie ad artisti del calibro di Pomodoro, Moore, Calder, Smith, Arp, Consagra, Manzù, Marini, Franchina, Pepper, Mirko e Viani, nella loro città germogliò uno dei complessi artistici urbani più interessanti della storia dell’arte moderna. Per una sinergia oggi improponibile tra politica e imprenditori, l’esperimento andò ben oltre. Vi partecipò anche la fiorente industria siderurgica italiana, rappresentata dall’Italsider, sostenitrice dell’iniziativa, fino ad ospitare nelle officine siderurgiche di Bagnoli, Piombino, Savona e Voltri i maggiori scultori, italiani, inglesi e americani dell’epoca, perché, con l’ausilio degli operai, vi realizzassero le opere monumentali. Alcune ancora sono là, come il Teodelapio di Alexander Calder, che si erge sulla piazza della Stazione e prende il nome da un duca Longobardo della prima metà del VII secolo, scoperto da Calder su una stampa appesa alle pareti dell’albergo dove soggiornava, la cui corona a punte aguzze fece esclamare all’artista: ” Teodelapio! Tthis is the name of the objet”.

Siparietto. Cosa è rimasto di quella Spoleto? Consagra, nel suo libro autobiografico “Vita mia”, scrisse che gli scultori del mondo saranno eternamente grati a Spoleto e a Giovanni Carandente. Aggiunse che quell’esperimento, così ben riuscito, sancì un accordo tra Città e artisti al punto di restare unico al mondo, irripetibile. Che sia cambiata Spoleto, i tempi e anche gli artisti è indiscutibile. Ve l’immaginate un’istallazione di Cattelan, di Christo o di Kounellis a Piazza del Mercato? Ma è cambiata innanzitutto la sensibilità di chi dovrebbe amministrare la bellezza, che le città d’arte – non solo Spoleto – esprimono, per definizione. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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