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Quando le tasse si abbattono sulle famiglie e il lavoro scarseggia, non rimane altro che tornare alla terra. Lo scenario è una delle tante piazzette dei nostri paesi, dove sopravvive una minuscola aiuola, un tempo ornata da gerbere e gerani, ora apparentemente trascurata. Un uomo munito di paletta – di quelle per attizzare il camino – sta cavando delle patate. Le ripulisce una ad una e – non visto – le ripone in un cestino. Come sono lontani -eppure vicini- i tempi in cui la gente viveva del raccolto dei campi, quando ogni famiglia si costruiva la casa con le proprie mani e ognuna di queste case serviva per una coppia di sposi, i cui figli presto diventavano abili al lavoro, lasciavano il paese, la terra o il pascolo, per emigrare in Francia, in Belgio e in America, dove li accoglievano gli zii, i cugini e gli amici della famiglia di origine. Allora le case, come i nidi delle rondini, servivano perlopiù come luoghi per nascere, diventare adulti e affrancarsi. Solo i vecchi che non si erano voluti allontanare, per l’attaccamento alla campagna o colpiti dalla malattia, continuavano ad abitarle. Oggi assistiamo al fenomeno inverso. Gli immigrati prendono il posto di quei figli partiti tanti anni fa in cerca di fortuna, di cui rappresentano l’immagine riflessa. Gli immigrati hanno fatto presto a destreggiarsi con la nostra lingua, a imparare i nomi delle nostre vie, degli utensili, a leggere il profilo dei nostri monti per meglio orientarsi, a fare dei nostri luoghi la loro casa lasciata laggiù nel Maghreb, nei Balcani o in Asia. Venuto meno il loro impiego nell’edilizia, si destreggiano a coltivare la nostra terra. I loro volti somigliano, nelle espressioni, al volto triste di quei vecchi seduti su un asinello, che portavano grandi carichi di legna e nel tascapane una manciata di semi da spargere qua e là, con la luna giusta, mentre salivano e scendevano i colli, dove solo qualche abitazione ricostruita biancheggiava. Per il resto erano solo macerie di case, apparentemente antichissime, perché costruite con pietre tolte al monte e squadrate alla meno peggio, durante la pausa invernale dai campi. Con la crisi, molti umbri torneranno alla terra; ad avercela, la terra. Poi all’improvviso ti arriva la delirante proposta di legge UE, che mette al bando i piccoli orti e vieta l’autoproduzione del cibo. Viviamo in un mondo di masochisti, ma questo è troppo. Come farà la gente a vivere senza coltivare i campi? Se passerà la proposta di legge della Commissione Europea (che dichiara illegale “coltivare, riprodurre o commerciare” i semi di ortaggi che non sono stati “analizzati, approvati e accettati” da una nuova burocrazia del verde, denominata “Agenzia delle Varietà Vegetali europee”) per la campagna sarà la fine. Ce lo vedete l’umbro ad attenersi a tali direttive? L’ortolano di Castiglione del Lago se ne impipa della “Plant Reproductive Material Law”, direttiva che autorizzerà i governi a gestire la regolamentazione delle piante e dei semi. Immaginatevi il pensionato di Deruta beccato nel suo giardino mentre innaffia semi non regolamentari e processato per direttissima come coltivasse semi di Marijuana.

Siparietto. Chissà se la Fagiolina del Lago passerà l’esame? I produttori di varietà regionali, gli agricoltori biologici e i coltivatori che operano su piccola scala, sono avvisati. Il nemico sono le multinazionali del verde, dalla Monsanto, alla DuPont, che hanno come unico obiettivo il dominio assoluto sui semi e sulle coltivazioni del pianeta, per impadronirsi su larga scala della catena alimentare. Hai voglia tu a pianificare sagre della cipolla e del sedano nero. C’è già chi pensa alla sagra dello spray chimico. Sottotitolo: “Benvenuti nell’Umbria Verde, dall’erogatore al consumatore”. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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