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Recatevi a Gualdo Tadino e a Fabriano in un giorno di mercato e sentirete parlare lo stesso idioma. E’ attraverso i valichi d’Appennino che i due popoli si sono fusi tra di loro. Gubbio comunica con Sassoferrato; Foligno con Macerata; Nocera, lungo l’antico tracciato della Prolaquense che costeggia la valle del Potenza, con Pioraco, Matelica, San Severino e Treia. Nelle terre di confine la cadenza umbra si mescola a quella marchigiana. Dopo aver aperto una porta che conduceva nella Marca, anche gli assisani attraversarono il Tescio immettendosi sulla strada che sale al valico di Fossato. Marca deriva dal germanico e significa “terra di confine”, per distinguerla dal Piceno, che abbracciava anche la provincia di Teramo, senza superare il limite dell’Esino. Tutto quello che si estendeva a nord dell’Esino, sino a Fano, fu assegnato da Augusto all’Umbria propriamente detta; non per capriccio o per assicurarle uno sbocco al mare, ma per una ragione etnografica. Poco più a sud di Senigallia si spande un idioma che è il più prossimo di tutte le parlate marchigiane al dialetto umbro: quello proprio delle di Ostra, di Arcevia, di Sassoferrato, dai cui varchi s’entra in Comune di Gubbio, senza che la parlata muti, se non nelle sfumature. Il Tevere funge da imponente spartiacque geografico e linguistico, tanto è vero che ancora oggi il folignate s’intende meglio con il vicino d’ombrellone di Porto Recanati, che con il cognato di Corciano. Chi terrà insieme questi due pezzi d’Umbria dopo il completamento delle infrastrutture che ci collegheranno – anche a costo di ingenti sacrifici ambientali – con la seconda regione manifatturiera italiana, alla quale ci legano non solo percorsi culturali, ma anche interessi economici e produttivi di diversa natura? Il potenziamento dei rapporti tra le Marche e le terre distese ai piedi dell’ Appennino è iniziato. Con l’apertura delle strade veloci si vedrà se la collaborazione con i distretti della dorsale adriatica potrà dare o meno i suoi frutti. Se nell’immediato non sarà possibile ripetere i fasti imprenditoriali di qualche anno fa (che avevano decretato l’ingresso delle Marche tra le protagoniste della terza Italia) ci saremo perlomeno collegati a quel territorio plurale al quale questo pezzo di Umbria culturalmente appartiene. Tanto per essere chiari, dall’Oltretevere e dal Trasimeno, dal Tuderte, dall’Aretino e dalla Valdichiana, che sia, le popolazioni che abitano l’Appennino, non possono aspettarsi nulla.

Siparietto. Oggi non ha più senso parlare di spinte centrifughe o centripede e nemmeno di regioni o macroregioni. Dobbiamo solo capire da che parte conviene tirare la caretta, ora che la frammentazione, legata ai fattori produttivi ed economici, è di nuovo in atto per il fallimento di quelle politiche regionali avviate dopo l’Unità d’Italia ed esacerbate dall’avvento dell’istituzione regionale del 1970. Basta guardare quello che succede oggi a Terni e ci si accorge che la crisi dei poli industrializzati ha fatto il resto. Siccome la nemesi storica è sempre in agguato, è giunta l’ora di lasciarsi dietro le spalle gli insegnamenti dell’ancien règime, se non vogliamo ritornare alle tristezze delle città e al senso di selvatichezza delle popolazioni relegate in un enclave senza via d’uscita. Beata umbritudine, umbra beatitudine

 


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