1.076 views

Rompete le sbarre, spezzate le inferriate che danno sulle vie dove ancora brillano tanti occhi di donna; aprite le finestre sulle antiche facciate dalle espressioni ormai cieche; perlustrate gli angoli che testimoniano la grazia di Foligno e vi accorgerete che la bellezza è stata sopraffatta. Più che i bombardamenti, che provocarono molti lutti e danneggiarono il patrimonio edilizio del centro storico, poterono le angherie geometrili, gli interessi degli speculatori, gli interventi sguaiati dei privati e degli amministratori. Eppure, tra i cantieri eterni delle ripavimentazioni, dove qua e là riaffiorano ponti romani e condotte medievali, s’avverte ancora l’aspettativa di un coraggioso umanesimo. S’avverte nonostante le porte serrate delle molte chiese senza fiamma; s’avverte percorrendo l’intrico di viuzze malservite, oggi conquistate dagli immigrati; s’avverte nel malessere della gente. I luoghi parlano solo a chi sa. I nostri luoghi furono un tempo fecondissimi, perché appartenuti a generazioni di uomini operosi che modellarono Foligno sulla curva delle loro esigenze, al servizio delle loro attività. Solo una comunità capace di fare dell’operosità la propria ragione di vita, avrebbe potuto concepire architetture come queste, con gli archi a portata di mano, da dove pendevano attrezzi indispensabili per il lavoro quotidiano, come fossero grappoli di frutti meravigliosi da cogliere. Più in alto, alzando lo sguardo dalle officine, c’erano i palazzi affrescati e le finestre altissime per ghermire la luce del giorno. La lettura della città necessita di queste consapevolezze. Come ricercare la ragione fossile di quelle porte sommerse dai selciati, di quei patii costruiti intorno all’utilità di un pozzo, di quegli orti attraversati da ombre sommesse, dove ti sorprende ancora una pianta di frutta, una palma ormai logora, una prosciugata fontanella incorniciata dalla pietra spugnosa di Pale? Gli orti racchiusi nelle mura ricoperte di edere sono ormai sepolcreti ombrosi dentro i quali era bello sostare. I più vasti – dove le fanciulle di buona famiglia si perdevano d’estate tra i bossi e i pergolati – sono stati ridotti in parcheggi malfunzionanti. Foligno è come una foresta che abbia subito tagli devastanti nel vivo della sua vegetazione di pietra e di laterizio. Dai portici delle Conce a piazza dell’Erba non s’avverte più l’odore del battuto di lardo, ma un fiato variegato d’incensi magrebini che s’annida ovunque, come un alito di tomba scoperchiata. Nei vicoli strascicano le multietniche ombre che vi si sono insediate e di cui si può sentire – tra il rumore dei trapani e dei martelli che ricacciano in terra i dubbi sampietrini – la viva voce di lontane litanie, come si fosse sulla soglia polverosa di un cimitero. Ai folignati rimangono le lapidi ingiallite, ma si sa che le lapidi sono messe apposta perché non si possano leggere. Solo dalle finestre più alte, dove ormai governano i piccioni, si osserva la linea ondulata dell’Appennino stagliarsi verdeggiante in questa rinvenuta estate. Pensare che due passi fuori dell’intrico cominciava la campagna. Era bello raggiungerla nella calura estiva, per le strade di querce, seguendo il corso delle canapine o, in inverno, scorgerla attraverso quel velo che la nebbia teneva sospeso, laggiù, dove scorreva l’acqua che ancora oggi si chiama Topino.

Siparietto. Foligno, a guardarla in direzione delle mura, sembra la stessa di allora: un bozzetto affrescato nelle stanze dei suoi tanti palazzi, con i ponti in evidenza, le torri strette dei campanili e la cupola rigonfia di San Feliciano. Tra gli obiettivi di chi l’amministra c’è quello di chiudere le stalle quando sono scappati i buoi, rendendo la città vivibile dopo averla svuotata. Si fa un gran parlare di un rinnovato arredo urbano, non appena saranno terminate le pavimentazioni. La cosa ci fa pensare a quegli antiquari che negli anni Sessanta costruirono le loro fortune scambiando tinelli bizzarri e sfavillanti cucine di formica con la vecchia mobilia secentesca. Beata umbritudine, umbra beatitudine.

 


Copyright 2011 Limpiccione.it