894 views

Presto la terra tornerà ad essere considerata un bene prezioso, come una volta, quando assicurava gli agi della vita, il prestigio sociale e garantiva, ma non a tutti, la libertà dal lavoro. Seduti all’ombra di un fico, all’apice di un colle olivato – che domina la disordinata pianura, azzurra, virgolettata di pioppi, cosparsa di case, scotennata dalle ghiaie dei torrenti – scorgiamo le strade malridotte, le fabbriche agonizzanti, gli edifici geometrili e i superstiti campi di grano. Il panorama s’apre verso i vigneti di Montefalco lavati nel solfato di rame. Siamo al cospetto dell’essenza forte del territorio, di cui solo chi è nato da queste parti riesce a misurare i cambiamenti. Qui una volta, qualche ettaro di terra dava prestigio quanto un blasone. Così si finiva per attribuire alle viti, agli ulivi o ai poderi, un valore affettivo di gran lunga superiore a quello commerciale. Poi ci si è accorti che per avere un mercato bisogna avere anche venditori e compratori. Sotto il cielo di luglio si espande l’anima di questa regione, che pingue non è stata mai, oggi, meno di allora. Eppure non ci si vive male, da queste parti. Ci si vivrebbe meglio se chi l’amministra fosse capace di prendere in considerazione lo spirito degli umbri, aguzzo, operoso e che esplode in più piani sovrapposti di culture e dominazioni. Siamo seduti sotto un fico, dicevamo. Il contadino – ma che fatica a definirlo tale – ha portato fuori un prosciutto da affettare. La tradizione vuole che sia il prosciutto ad andare incontro ai fichi e non viceversa. Con le dita apriamo il frutto e adagiamo sopra al pane le rosse fette, delicate come una guancia di giovinetta, sottili come pagine di una edizione pregiata in carta di riso, di quelle che non si trovano più, perché come le stagioni anche le tipografie non sono più quelle di una volta. Osserviamo la casa, i suoi progressivi ampliamenti, la corte con gli attrezzi, gli stalletti ristrutturati da cui – per oscuri motivi di decenza – hanno sfrattato il maiale. Ci appare il volto bianco e contraddittorio di una ragazza, con un so che di aristocratico, o meglio, di pallido impiegatizio, così come le mani che ci porgono il vino appena spillato dalla botte, delicate, degne di servire la mensa di un parroco, aggraziate e desiderose di piacere nella chiarità del tardo meriggio umbro. Peccato che la ragazza non mostri più i segni di quella normale affabilità connaturata nelle donne baciate dal sole dei campi. L’ammirazione la serbiamo per i colori del prosciutto, che ha lo stesso nitore di neve e il medesimo rosso dei gerani. Direttamente dalla pianta ci vengono offerti i fichi fioroni, nati dalla prima fioritura, morbidi e suadenti come gli altri di fine estate, straripanti per ebra piacevolezza come vergini dannunziane. Li apriamo con le mani e li portiamo alla bocca. Dopo ogni bevuta, con il dorso della mano ci ripuliamo la labbra appiccicose, come è regola di galateo tra i bevitori: che non sono i sommelier con i loro ridicoli bicchieri rotanti, ma spugne ridanciane e irriverenti, quali quelle del dipinto di Velasquez. Che fine ha fatto tutto questo travaglio poetico del bere, del mangiare e dell’ospitare campagnolo? Che fine hanno fatto i passaggi del bicchiere all’interno delle cantine, che profumavano di zolfo?

Siparietto. Gli umbri, traditi dalla terra, ne restano ugualmente attratti. Sebbene la loro campagna non sia ricca come quella toscana e marchigiana, chi ce l’ha se la tiene cara, la terra, pur senza farla fruttare a dovere, magari impiegando i figli in Regione o in Comune: il pomeriggio tutti sul trattore. La terra non conosce carestie. L’umbro sa che essa non produce solo cibo, ma che attraverso il suo governo ci consente di rielaborare e governare il paesaggio, curare il suolo, alimentare la biodiversità, contrastare i mutamenti climatici, mantenere la salubrità dell’aria e dell’acqua, facilitare nuove modalità di turismo leggero e di fruizione del tempo libero, riscoprire i saperi di cultura enogastronomica e i saperi manuali in via di estinzione, attivare forme cooperative di lavoro e di condivisione, sperimentare tecniche innovative di apprendimento, costruire lavoro e nuove economie solidali per affrontare la crisi; sa – anche se nessuno vive più di rendita – che oggi un appartamento o dei titoli in borsa non valgano di più di qualche filare di viti. A lui piace ricordare il sogno accarezzato dalle generazioni che lo hanno preceduto, che era quello di diventare padrone del podere e oggi, sentirsi padrone due volte, in campagna e in ufficio: al tempo del raccolto e il ventisette di ogni mese, quando è giorno di stipendio. Altro che prosciutto e fichi. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


Copyright 2011 Limpiccione.it