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La bellezza delle donne umbre non sa solo di zucchero, perché il loro fascino è venato dall’amarognolo della melanconia. Te ne accorgi quando le vedi per strada, al supermercato, al ristorante, mentre accompagnano i figli a scuola e dispensano sorrisi impastati di mandorla amara. Come il Panpepato, che non ha nulla a che fare con la zuppa inglese e col babà, sa sempre un po’ di pepe nero, lo sguardo delle ternane. Le folignati sono figlie dei secolari attorcigli di sangue che hanno attraversato questo antico snodo: attraggono e sono attratte dai forestieri. Alcune di loro mostrano la rispettosa convinzione dell’invincibilità muliebre, altre si agghindano vantando di aver ereditato i geni di quella madonna Diana considerata la Miss Italia rinascimentale, per la quale Nicolò Alunno prese una sonora sbandata. Le eugubine, fanciullescamente altalenanti fra gaiezza e melanconia, fra i ricordi di un’antica sudditanza domestica e gli aneliti per il raggiungimento di una tardiva emancipazione, si riproducono entro i confini della città, concedendosi di rado al gualdese. Percorrendo corso Vannucci è impossibile distinguere una studentessa perugina da una calabrese, ora che le due tribù si sono fuse al cospetto del palazzo dei Priori. Le assisane sono complicate, orgogliose e difficili da espugnare. Mostrano una tendenza irresistibile all’inerzia sentimentale e si concedono pochi pruriti (alla luce del sole), che lasciano alle colleghe di Bastia, quelle conturbanti al punto da impedire la concentrazione mentale ai buttafuori. Assisane e bastiole sono divise da confini precisi, difesi da regole acuminate: niente marchietti, niente prade o dolci e gabbate, le pronipoti di Francesco, ma semmai gli abitini di Vivetta, quelli del sogno postadolescenziale spezzato. Vuoi che una battezzata a San Ruffino sia capace di prendersi dei passaggi, educata com’è all’amore alto, mistico, soprannaturale? E’ così che tra un Calendimaggio e una mosca cieca alla Rocchicciola, rimane nubile fino ai quarant’anni, per rimpiangere, alla fine, quel passaggio non accettato dal ganzo perugino in suv e camicia inamidata, conosciuto tempo fa all’Hermitage. A Spoleto tutto è rimasto fermo ai primi anni del Festival, in fatto di donne. Laggiù è meglio fare altri pellegrinaggi; per esempio in trattoria che, tra polvere e ragnatele, espone ancora qualche bottiglia di Trebbiano con l’etichetta sbiadita. Spoleto è una donna sempre prodiga di richiami per i bongustai. Perché è a tavola, mica in palestra, che si siede Eros prima di ogni altro preliminare.

Siparietto. L’Umbria è femmina, nel vero significato del termine. E se dovunque ti rigiri, in questo paradiso dell’arte e del buon gusto, riuscirai a rintracciare il terreno in cui germogliano i segni dell’amore contemplativo – tipico degli esseri arcadici, esaltati, isterici, mistici – è anche vero che qui nacquero Monica Bellucci e Laura Chiatti, donne assai pragmatiche, distanti anni luce da quella Colomba Antonietti, figlia di un fornaio di Bastia Umbra. Per chi non lo sapesse, quest’ultima, trasferitasi giovanissima a Foligno, che le ha intitolato anche una via che sbuca sulla piazza, divenne una romantica icona del Risorgimento, un’Anita (a lei la paragona lo stesso Garibaldi) il cui marito Luigi Porzi, cadetto delle truppe pontificie, aderì alla Repubblica Romana, così che la sventurata frega, innamorata cotta, dopo tante peripezie e scandali, per non distaccarsi dal nobile consorte, decise di combattere al suo fianco, tagliandosi i capelli, indossando l’uniforme da bersagliere e morendo in battaglia. Donne inquietanti, donne fatali, sante, poetesse, zarine, donne che avete contribuito alla nostra vicenda regionale, veniteci in soccorso. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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