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Gli eugubini, i gualdesi e i nocerini sono umbri, non solo di scorza, ma anche di linfa. Hanno accarezzato il lupo, piegato il ferro, sbalzato la pietra, scalato le montagne dalla cui sommità ancora controllano il tratto di mare da dove sono venuti, prima di racchiudersi dentro angusti confini. Questi umbri, più degli altri, odorano d’uomo, anche se forse un po’ troppo. Sono i figli della Primavera Sacra, alla quale i loro antenati ricorrevano in occasione delle carestie, per scongiurare attraverso le migrazioni la pressione demografica. Sono gli stessi che hanno offerto le loro braccia alle miniere di mezza Europa, dalla fine dell’Ottocento alla metà del Novecento, anni di lacrime per quanti hanno dovuto lasciare l’Alta Umbria per il Belgio, il Lussemburgo, la Francia. Ma esiste ancora un’Alta Umbria che si differenzi dal resto della regione? Se in questi ultimi anni avessimo avuto un ministro dell’istruzione, non solo avrebbe rimesso ordine nelle scuole, ma avrebbe anche rimesso nelle aule un congruo numero di carte geografiche e di validi insegnanti. Così gli studenti – che non sanno neppure dove stanno di casa – avrebbero scoperto l’esistenza di una regione multiforme, di un dualismo geografico accentuato, avrebbero appreso la storia degli antenati, anche recenti, che fino a qualche anno fa nella casa avita esponevano dentro gli ovali le foto dei loro lari e penati. Nessuno la ricorda più la storia della regione spezzatino, della Neverland umbra tenuta insieme con la colla, degli appoderamenti, della mezzadria, degli abitati sparsi, dei ceti agrari politicamente e culturalmente conservatori, dei paesi timorosi del nuovo ed esausti del vecchio, delle contraddittorie vicende istituzionali, delle dinamiche demografiche impazzite, della coperta sempre troppo corta quando si trattava di mangiare. Andrebbe spiegato ai nostri ragazzi il passato della regione, quello dei loro bisnonni, del ritardo generazionale nell’assumere lo spazio regionale come territorio di analisi storica, dei politicanti più attenti alle vicende dei singoli centri che a quelle dell’intera regione. Solo negli anni Ottanta abbiamo vissuto tempi migliori, quelli di un fugace boom, quando l’economia sembrava protendersi, con sospetta spigliatezza, verso il Trasimeno e la Valdichiana, verso l’autostrada scippata dagli aretini. Di questo effimero sviluppo s’è giovato, sebbene per poco, un capoluogo adagiato sui comodi divani delle presunzioni provinciali, subito smentite dalla crisi economica, dalla immigrazione incontrollata e dalla asprezza delle cronache più o meno nere. Hai voglia a Umbria Jazz o Eurochocolate, a McCurry e alla settecentenaria Università. Serve qualcosa di più. Serve uno slancio pragmatico verso il mondo esterno, per contrastare la collocazione geografica di questa isola, tagliata fuori dalle grandi direttrici e forse proprio per questo ancora ripiegata sulle proprie convinzioni, dove la sinistra è sempre scesa a patti con gli avversari e dove il potere è da sempre fondato su una diarchia estesa alla massoneria e alla Chiesa.

Siparietto. Lo diciamo con disperazione, non con protervia. Ora che abbiamo compreso che la mitologia contemporanea ha sempre il cartellino con il prezzo; ora che è giunto il momento di essere pratici, di guardare all’esterno con maggiore convinzione; ora che abbiamo scoperto da dove proviene il grazioso fenomeno per cui l’Umbria presenta, come tutte le droghe, il pericolo dell’assuefazione, è giunto il momento di guardare ad altri modelli, di aprirci ad altri distretti, che oggi hanno un solo sbocco obbligato: quello verso il mare da dove gli Umbri, valicando l’Appennino, sono venuti. Prendiamone atto, perché ciò che la bocca si abitua a dire, il cuore si abitua a credere. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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