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Sandro Becchetti aveva scelto l’Umbria che non t’aspetti, quella poco conosciuta di Lugnano in Teverina. Usciva la mattina per il paese con il cappello patchwork calcato sulla chioma bianca e la sua Leica al collo. Percorreva scorciatoie, vicoli d’archi e scalette con passo cadenzato, come cadenzato era il suo modo di parlare. Superava la Collegiata, il palazzo Vannicelli e quello del Pennone e – prima di rifornirsi nello spaccio degli alimentari – orientava lo sguardo sull’ansa del Tevere, sul Castello di Alviano, sui monti Cimini, fino al Soratte, in direzione di Roma. Chi conosce l’opera di questo fotografo sa che più che i grandi spazi egli prediligeva la profondità dello sguardo che schiude l’orizzonte dell’animo umano. Rientrando nella casa mausoleo, dove nell’atavica cucina lo aspettava la moglie Gianna, dal vicolo già si sentiva soffriggere il cipollotto e ribollire il sugo per l’Amatriciana. Prima di essere un buongustaio fu uno dei più importanti fotografi del secondo Novecento, un pezzo di cultura italiana, capace di un eloquio smisurato, pari alla sua umanità. Passava con disinvoltura – e senza salti logici – dalla descrizione della ricetta della zuppa di ceci e cozze rubata a Cesaretto, a quella del viso tormentato del suo amico Pierpaolo Pasolini, che fotografò con in mano la prima di copertina de “Le ceneri di Gramsci” e poi insieme alla madre Susanna Colussi. Lo ascoltavamo incantati mentre descriveva gli occhi di gatta sconsolata di Laura Antonelli, il ghigno di Carmelo Bene, la modestia di Dustin Hoffman, le forme di Anita Ekberg, lo sguardo malizioso della Cardinale, le stravaganze di Tognazzi, gli sbadigli di Hitchcock, gli incontri con i grandi registi del secolo scorso, come Fellini, Rossellini, Bertolucci e Truffaut e con scrittori e artisti, del calibro di Saramago, Moravia, Ungaretti, Carmelo Bene, Englander, Wahrol, Le Witt, Ernst, De Chirico e Christo. Ma la sua vera arte era un’altra: scolpire massime, come quella che ripeteva ogni volta per convincerci che nella vita non c’è età per mutare pelle. Amava ricordare, con grande senso di riconoscenza, i suoi avi confinati a Nocera, Gubbio e Pascelupo, che abbandonarono l’Appennino umbro per la capitale: “per potersi sfamare”, diceva con ricorrente commozione. Protagonista del suo tempo e del suo destino, fu il vero testimone di un pezzo della nostra storia, senza vantarsene mai. Forse la modestia è una forma raffinata di vanità. Criticava il mezzo fotografico, che pure lo aveva fatto conoscere al mondo, sostenendo che la foto è una menzogna, poiché nessuna immagine avrebbe mai potuto racchiudere l’intensità di una vita, che i segni del volto celano, invece di rivelare. «Questa per me è stata la fotografia: la menzogna, una componente essenziale della verità. Le mie macchine fotografiche contenevano – per me, intendo dire – tutte le immagini possibili, ma come le platoniche ombre contenevano anche il loro contrario». Qualche giorno fa ci ha lasciati con una dedica di suo pugno nel libro “Umbria, alla ricerca del lupo”. Suona così: “Finisco con un abbraccio, vi saluto e qui mi taccio”. Al qui mi taccio gli manifestammo le nostre perplessità, considerata la sua implacabile oratoria.

Siparietto. Forse è vero che certi fotografi riescono a guardare oltre, a guardare in avanti, ad anticipare le furie del destino. Come in autunno ha fatto Torino, Perugia gli dedica una mostra dal titolo “Volti dall’Umbria e dall’Europa”, a cura di Alberto Mori, che aprirà i battenti dal 29 giugno presso la Galleria Nazionale. Visitatela, quei volti in bianco e nero, dal taglio deciso, meritano di essere osservati, uno ad uno, perché parlano di persone vere e come ogni fotografia di Becchetti, inducono a pensare. La sua è un’altra fotografia, distante da quella a cui siamo abituati e che brucia nello spazio di un attimo. Se è vero che un clic non condenserà mai il senso di una vita, come diceva lui, figuriamoci se queste poche righe scritte da chi ha appena perduto un amico, condenseranno mai l’umanità e il genio di un testimone del nostro tempo. Perché in egual misura anche la scrittura racchiude in sé l’inganno del vero, componente essenziale di tutte le verità. Nondimeno – potete giurarci – i volti umbri esposti nella sala Podiani saranno perfettamente in grado di testimoniare un tempo che noi soli ci si illudeva di conoscere, ma che abbiamo il dovere di portare a conoscenza delle generazioni che verranno. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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