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Boccali, la giunta, l’assessore Lomurno zuppo da capo ai piedi, s’infilano di corsa dentro il palazzo dei Priori. Corrono Guasticchi, la Governatrice, gli impavidi consiglieri e Fabrizio Bracco, senza ombrello, che rasenta i muri. Peccato per la gronda forata che scarica con violenza sull’angolo di via Danzetta. Non un acquazzone, ma una vera bomba d’acqua ha interrotto la nostra passeggiata lungo Corso Vannucci. Ci ha cacciati all’interno di Sandri, dove sollevando lo sguardo da un’enorme torta di fragole – attraverso la vetrina – osserviamo venir giù il finimondo. Sandri è il luogo della peruginità perduta, il cui diritto di frequentazione passa di padre in figlio; è il paradiso dove l’avido sguardo, mentre inghiotte, già pensa al dopo, al poi e “domina i vassoi con le pupille ghiotte”, per dirla alla Gozzano. All’interno dello spazio risicato della gloriosa confetteria s’infila, ancora oggi, la città che conta. Se l’occhio cade in una intimità intrisa di tenere consolazioni, l’orecchio partecipa a tante bisbigliate confidenze sui destini di Perugia. Altro che Sacher, Bignè e Sabbiose, la posta in palio è l’identità del capoluogo, che va scomparendo insieme a certi studi professionali, a certi negozi, a certi bar storici, a certi ristoranti. L’Arcone dei Priori e il Collegio del Cambio, con due poderosi scrosci mutano di colore. Bagnata, la loro pietra diventa bigia. Questo mezzo lutto del grigio si riflette netto nelle pozzanghere. Addossato al bancone, un ex presidente della Regione conversa con un ex presidente di Corte d’Appello. Si aggiunge un ex professore dell’ex prestigioso ateneo, che dopo essersi strafogato con distinzione, a discapito della sua glicemia, getta lo sguardo da bradipo arrapato sulle paste freschissime recate or ora dall’inserviente. Seduto sul pizzo di una seggiola, con un gomito piantato sul millimetrico tavolino, sfregando tra indice e pollice un giornale inglese, il turista incrocia lo sguardo fiero dei camerieri in livrea rossa. Di veramente rosso sono rimaste le livree di Sandri, a Perugia. Entra un artista un po’ attempato, con il cappelluccio calcato a sinistra, anche per mostrare il bel ciuffo da troppi anni canuto. Aggrotta gli occhi da mongolo e guarda immusonito la pioggia traditrice. Proprio a lui quella nuvolaglia nera doveva fare questo torto? Poi sussurra, a conferma che De Andrè colpisce ancora: “Vanno/vengono/ritornano/e magari si fermano tanti giorni/che non vedi più il sole e le stelle/e ti sembra di non conoscere più/il posto dove stai”. Infatti.

Siparietto. Nuvole, temporali sulle vigne, fiumi straripanti tra le ortiche di giugno, bombe d’acqua sopra le città, raccolti devastati, frane e allagamenti, ci sarebbe da richiedere lo stato di calamità o in alternativa imprecare così: “piove, governo ladro”. Meglio starsene seduti nelle confetterie, godersi gli aromi acuti, strani, commisti di cedro, di sciroppo, di creme, di velluti, di essenze parigine, di mammole e di chiome, senza pensare troppo al presente. In attesa che inizi Umbria Jazz. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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