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L’illuminismo festaiolo e manducatorio incontra la sua nuova stagione. Arrivano le sagre: si pappa in allegria. I volontari si rimbocchino le maniche, frema la Protezione Civile, sussultino le amministrazioni, tremino le questure, si arroventino le proloco e si apprestino i giornali. Chi se ne frega se la cultura è disdegnata dai politicanti, che destinano risorse e presenziano alle inaugurazioni solo se si preannunciano resse ai parcheggi. Finocchieto di Stroncone e Umbricelli di Poggio Aquilone a parte, questa regione fu la culla della cultura italiana, per aver espresso un inestimabile patrimonio di beni artistici, conoscenze e tradizioni. Altro che Sagra dell’Acciaccata di Fornole, del Bigonzone Monterubiaglio e dei Bringoli di Lisciano Niccone. Il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale ha condotto a decisi mutamenti culturali, con l’abbandono di usi, credenze e comportamenti millenari. Ma allora come siamo passati dalla civiltà contadina alle sagre di paese? E’ presto detto. La nostra storia è segnata dalla successione di riti civili e religiosi in cui il cibo aveva un posto preminente, non soltanto nelle cerimonie che accompagnavano i grandi passaggi dell’esistenza individuale, nuziali o funerari che fossero, ma anche in quella evenienza domenicale che era l’invito a pranzo, dove il compare e la comare, appartenenti a ceti più agiati o alla politica locale, si muovevano a loro agio e con trasversale tornaconto. La sagra paesana appartiene a quell’archeologia di rapporti confidenziali di una qualche rilevanza sociale, conditi senza economia. La sceneggiata è sempre la stessa. Il cibo deve essere abbondante e succulento, i condimenti coprenti, le carni – piatto che la cultura contadina considera privilegiato – sono servite in grandi pezzi, come avveniva nei pranzi contadini, dove, tra i condividenti, sedevano sempre un avvocato, un medico condotto, il maresciallo, talvolta un assessore o il sindaco di turno, quasi fossero degli affamati da saziare una tantum, da sottoporre a una continua, stressante e più delle volte superflua azione di incitamento ad ingerire. E’ con lentezza possente che cambiano le tradizioni nell’Umbria di oggi, che convoglia, snaturandoli, i riti della collettività verso un apice senza ritorno, non più come punto culminante di una festa annuale del ciclo calendariale, ma nella trasformazione del cibo in oggetto; non più elemento sacrale e basilare della società agricola, ma da travestire e alterare nei suoi connotati esterni, purché si mostri un qualche irrisolto riferimento alla tradizione. Perché la tradizione, nonostante tutto tira, sebbene sottoposta a una radicale opera di imbruttimento e di trasformazione, che non ha più nulla di rituale, se non le date concordate tra le proloco per evitare dannose sovrapposizioni.

Siparietto. Le Sagre costituiscono un brevissimo limbo prima della fine, prima che approdino definitivamente, per chissà quali pubbliche utilità, nelle logiche dei “nonluoghi” dove avviene la circolazione accelerata delle persone, in contrapposizione con i luoghi antropologici abbandonati, che avevano la prerogativa di essere identitari, relazionali e storici. Sull’argomento tacciono gli intellettuali del villaggio, conformisti e ruffiani. Ci consola il fatto che per distruggere il brutto basta rappresentarlo. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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