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Perugia chiama i giornalisti di mezzo mondo, per discutere di tecnologia, social media, trasparenza, movimenti cresciuti in rete, da Anonymous a Occupy, dal 5 Stelle a Wikileaks. Nella città arroccata e conservatrice s’è parlato di strategie per spazzare via il passato, in altre parole si è teorizzato l’attacco finale dei social network contro il logoro muro informativo. I perugini hanno assistito attoniti allo struscio dei citizen journalist, gente d’altra finezza mentale, grazia immaginativa e, talvolta, disposizione umanistica. Tutti ragazzi che gironzolavano con lo zainetto in spalla e il tablet vezzosetto sotto braccio, ostentando al collo il pass per accedere alle conferenze sulla libertà digitale. Davanti al Brufani abbiamo sentito discutere di strumenti del mestiere che cambiano a velocità della luce e che sfuggono di mano agli addetti ai lavori. Il mondo della comunicazione cambia. Ciò che fa informazione oggi non la farà domani. Bisognerebbe mandarli tutti a scuola di notiziabilità i nostri funzionari pubblici, gli addetti alla comunicazione pasciuti negli enti, che in tanti anni di mansueta carriera non hanno fatto, tutti insieme, quanto con la sua sola scomoda presenza è riuscita a fare la cubana Yoani Sánchez, blogger che il settimanale Time considera tra le cento personalità più influenti del momento. Magia sublime di Twitter, che ha trasmesso in diretta gli insulti dei filocastristi italiani riecheggianti nella sala dei Notari, ai quali contestatori la Sánchez, ha detto che la potevano insolentire a piacimento, ma perlomeno le era stato riconosciuto il diritto a parlare ad un microfono. E che microfono. Anche se non attraverso i suoi organi ufficiali, colti di sorpresa da tanta manna piovuta dal cielo, Perugia ringrazia per la visibilità. Se ne potrebbero raccontare tante del festival appena archiviato. Incontriamo Dennis Redmont, uno dei guru mondiali dei media, per 25 anni direttore dell’Associated Press per l’Italia e il Mediterraneo. Finalista Pulitzer, mica noccioline. Simpatico e graffiante interpella una giornalista alle prime armi. Le chiede che ne pensa dell’Italia che naviga in cattive acque, giocando con il nome del gruppo rock “Dire Straits”. Lei ride. Le domanda se nonostante la crisi il paese sia in grado di fornire al pubblico europeo un modello per la comunicazione: “Can Italy provide a template for communicating to European publics”? Il discorso cade sul perché Enrico Letta si ostini a prendere i mezzi pubblici e a tifare Milan, la squadra di cui è presidente il suo rivale, si fa per dire, Berlusconi. Lei sospetta che la voglia prendere in giro: avrebbe preferito le avesse chiesto cosa pensava dell’economia stagnante, della disoccupazione giovanile, delle piccole e medie imprese che chiudono. Redmont, per provocarla, le domanda ancora se l’invecchiamento della popolazione sia davvero proporzionale ai pannolini venduti nei supermercati per arginare l’incontinenza.

Siparietto. Qualche maligno ha scritto che la classe perdente del PD avrebbe dovuto farci un salto, a Perugia. Noi rincariamo la dose aggiungendo che è mancato un link tra questa straordinaria occasione piovutaci dentro casa e la promozione dell’immagine della regione. Pensare che buttiamo milioni di euro in eventi che servono a nulla. Come dire, hai Mathew Ingram, Bill Emmott, Emily Bell, Eric Carvin, Harper Reed (il tech guru di Obama) o i pezzi grossi del New York Times e della Columbia Journalism Review a spasso per corso Vannucci e non ne fai buon uso. Intanto nel capoluogo maltrattato per le sue notti di terrore, si avverte una disperata voglia di futuro. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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