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Istruzioni su come salvare un mondo che muore e prepararsi al mondo che verrà. Se l’arte del governo latita il Ciccotto di Grutti resiste. Prima che venga irrimediabilmente dispersa la loro identità gli umbri le tentano tutte. Prendete Porchettiamo, l’evento gastronomico svoltosi a San Terenziano di Gualdo Cattaneo lo scorso fine settimana. Mangiare il Ciccotto è come fare un viaggio nel tempo, ripercorrere la favola del brutto anatroccolo che diventa cigno. E’ così che questo cibo tradizionale a base di scarti del maiale cotti sotto la porchetta grondante è stato assunto a dignità di presidio Slow Food. Apoteosi del quinto-quarto, frattaglia dei nostri desideri, eden dei trigliceridi, oltretomba del colesterolo, rovina dell’apparato cardiovascolare, il Ciccotto fa più male alla salute di quanto non facciano il burro, il lardo, lo strutto, la sugna, il sego e le cotiche messi insieme. Eppure questa insidiosa, per le coronarie, leccornia ha fatto breccia nell’immaginario del consumatore di nicchia. Ce lo confermano Anna Setteposte e Antonio Boco, organizzatori dell’evento e ideatori delle primarie della porchetta, con tanto di schede distribuite tra l’elettorato attivo, chiamato a esprimere le preferenze tra i porchettai di Ariccia, quelli di Casalalta, Offagna, Pantalla, Costano, Arezzo, Grutti e di molte altre città italiane dove, grazie a Dio, la tradizione del suino infornato tutto d’un pezzo resiste imperterrita.

Siparietto. Se Enrico avesse portato in ritiro il governo a San Terenziano, invece di radunarlo nel convento di Sarteano, ne avremmo viste delle belle. Mentre a Porchettiamo la folla incurante della pioggia era in coda per il Ciccotto, ma anche per il Lampredotto fiorentino, ministri sobri e intristiti facevano spogliatoio in Val D’Orcia, consumando frugali colazioni e pagando il conto alla romana. Passeggiavano per il parco, conversavano da bravi rivali, spargevano inutili tweet. Ci mancherebbe altro, prima di tutto i followers. E’ così che il governicchio campicchia tra uno scontro e un ammiccamento; con sbandierata sobrietà, s’intende. Che la politica voglia farci credere in un cambiamento di rotta? Maiali si nasce, dicevano a San Terenziano, mentre Ciccotto e Lampredotto si diventa dopo una complessa manipolazione artigianale, sporcandosi le mani, insomma. Questa cosa di sporcarsi le mani ci piace, perché da il senso della ripartenza, della partecipazione di chi non si tira in dietro. Auguriamoci che il Ciccotto non sia tolto dal mercato. Preoccupa l’epoca di sospetto proibizionismo che stiamo vivendo. Mettete che domani un’Ilda passionaria qualsiasi, dopo sommarie indagini, si profondesse in una requisitoria salutista, per non dire socio-pedagogica, contro il “sogno negativo” degli umbri, e che un qualche tribunale condannasse questo cibo letale all’estinzione per la mancanza di igiene della sua preparazione e soprattutto per la negativa ricaduta sulla spesa sanitaria delle Regione. Sarebbe la fine della Porchetta. Meglio il Camposanto. Diffidiamo dalla smania di cancellare un mondo, pur immondo che sia. Forse è questo il vero messaggio di Porchettiamo: che certe volte i sogni sbagliati servono, eccome. Della spesa sanitaria, dei trigliceridi, del colesterolo e dei tribunali mediatici poco ce ne cale. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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