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Sono ormai sei anni che ad ondate, e massimamente in queste ultime settimane, ci si attorciglia le budella intorno a questo interrogativo: ma il Pd è mai nato? Per lo più ci si è impegnati a non rispondere all’interrogativo ovattandolo con il fracasso sul berlusconismo da abbattere. Ma ora che i nodi sono venuti al pettine – vuoi per il flop elettorale, vuoi per lo sbandamento del gruppo dirigente, vuoi per l’irrompere della falange dei traditori, vuoi per le larghe intese per lungo tempo demonizzate e poi abbracciate con il ritorno della Balena bianca al governo e la scomparsa degli ex comunisti – quell’interrogativo è come un meteorite abbattutosi nel mezzo di quella vasta classe dirigente piddina per niente ordinata, che sembra aver perso l’orgoglio delle radici ed il senso di appartenenza, vogliosa del “tana, libera tutti”. Poco si è discusso in questi anni, ancor meno ci si è confrontati davvero e al rinvigorimento della cultura politica si è preferito il personale radicamento di potere. Una situazione così smandrappata, che vi troverebbe un ruolo perfino Massimino, mitico presidente del Catania calcio, il quale, a chi gli obiettava che la squadra era priva di amalgama, rispose: e allora compriamolo questo amalgama.

Nel gennaio scorso è stato dato alle stampe un libro (“Controcorrente”, a cura di Peppino Caldarola, edizioni Laterza) che è tra i pochi dedicati in questi anni ad una riflessione senza troppe ipocrisie sul Pd. E’ un’intervista a Massimo D’Alema, amato da molti e detestato forse da pochi meno, che ha comunque il pregio di parlar chiaro. Ecco di seguito un frammento del libro che la dice lunga sul guazzabuglio del Pd, per cui risulta neppure una sorpresa quanto accaduto tra le elezioni di febbraio e la rielezione di Napolitano al Quirinale.

“L’elemento di insoddisfazione più profonda verso i primi passi dell’esperienza del Partito democratico è stato la mancata costruzione del soggetto politico. Il Pd, sotto la guida di Veltroni, nacque con una impronta plebiscitaria. Non ho mai condiviso questa scelta e il suo fallimento segnò la crisi della segreteria Veltroni, portando alle sue dimissioni. Si immaginava il Pd come il partito del leader, le primarie come la sua investitura popolare e intorno al capo si voleva creare un gruppo dirigente composto dai suoi collaboratori. Era facile prevedere che questo schema producesse, al contrario, la proliferazione di molti centri di comando, con personalità che tendevano nella propria realtà ad andare per conto proprio. Il partito del leader, così concepito, favoriva la nascita di tanti piccoli partiti. Per usare un’immagine, non è l’Australia, con terre immense e popolazione scarsa. Siamo immersi nel bel mezzo dell’Europa, in un territorio più ristretto, con tanti abitanti che vivono in castelli, case di campagna ed altri rifugi. Il centrosinistra è un’area dove ci sono storie, culture, personalità diverse che devono essere amalgamate. Se si crea, invece, un partito che pretende di ridurre questa ricchezza ad unum, si va verso la destrutturazione e il fallimento. Se non si crea progressivamente un senso di appartenenza a una comunità, non si può costruire un partito politico né ci si può illudere che questo si formi quasi miracolosamente, in una sorta di effetto catartico attorno alla figura del leader. C’è il rischio che il leader diventi come l’imperatore chiuso nella sua tenda, con i suoi armati a difenderlo, mentre intorno a lui e al suo accampamento ci sono l’arcivescovo di Magonza, il duca di Borgogna, il conte di Guastalla e altri feudatari, ciascuno con i suoi colori, le sue truppe, stretti a tutela dei propri interessi. Ecco come nasce un amalgama malriuscito. E, per usare un’altra immagine, non ho mai condiviso l’illusione che il Partito democratico si potesse formare così come si scioglie il sangue di San Gennaro, miracolosamente, di fronte a un popolo in estasi e apprensione”.

Poscritto. Per fortuna, in Umbria è tutta un’altra storia. Il Pd è compatto e perfino allegro, avendo una immensa riserva di amalgama. Si dimette il segretario regionale ed anche quello provinciale di Terni? E’ una bazzecola. I giovani bombardano di critiche il quartier generale? E’ un effetto post adolescenziale. Chi governa ha difficoltà a mantenere la tradizione della buona amministrazione? E’ colpa dei governi nazionali. Diciotto esponenti dell’ex Margherita, quasi tutti benissimo piazzati nei Palazzi del potere, invocano più visibilità per la cultura cattolico-democratica? E’ l’amalgama che ribolle e si espande fino ai sottosegretari. E’ una grande stagione per il Pd umbro. O no?


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