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Giovinette barcollanti col il bicchiere in mano, che – dopo essersi fatte i complimenti per lo zainetto alla moda, aver conversato con levità sull’approssimarsi degli esami o sulla necessità di cambiarsi più frequentemente lo smalto delle unghie – vomitano a destra e sinistra; anemiche adolescenti alle quali, almeno una volta l’anno, viene voglia di divertirsi, di essere donne fino in fondo, di impaonazzarsi senza troppe inibizioni; ragazzotti sfuggiti agli etilometri prima di cappottare nel fosso: è tempo di ubriacarsi, avrebbe detto Roy Batty morendo di fronte ad un impietrito Deckard. Il sociologo giura che all’epoca delle visioni perdute tutto questo casino di demoni e angeli si chiami bisogno di leggerezza. Cosa è rimasto di Cantine Aperte a vent’anni dal suo esordio, se non una forsennata sbornia di sberle e di vino? In una cantina lo scorso anno piovevano cocci di bottiglia come grandine. Diciamocelo, la trovata ha perso il suo smalto. Non ha più nulla a che vedere con il viaggio di scoperta dei territori del vino, con le comitive alla ricerca di un’esperienza al di fuori dal comune. Il vero scopo di produttori e aziende era quello di offrire accoglienza, sorprendere con eventi culturali, gastronomici e artistici, tra una ristata e una boccata di tannini. Domenica, dall’Alta Valle del Tevere fino a Terni, le 52 aziende umbre replicano con furore, aprono i loro cancelli ai nuovi dionisiaci. I produttori aderenti vogliono battere i 66 mila visitatori dell’anno scorso, ombrello permettendo. Se così fosse, che Dio ci mandi la pioggia. Intanto orde indigene, molto agitate, non meno chiassose, si preparano per l’evento, sospinte dall’inebriante stordimento di onnipotenza che le pervade. Questo genere di euforia è una sensazione difficile da riproporre nelle ore diurne tra coetanei in stato di grazia, perché il vero Nirvana si raggiunge solo dopo una visita ad una cantina, e poi un’altra e poi un’altra ancora, al ritmo di sei bicchieri più sei, lo sguardo verso il cielo, il mignolo sospeso, sulle note di un concertino rock da dimenticare. Dalle parti di Montefalco hanno l’indicibile fortuna di essere ben forniti di cantine festanti gomito a gomito, alcune di loro lungo la 316 dei Monti Martani, che lo scorso anno, guarda un po’, è rimasta bloccata per un paio d’ore a causa di una maxi-rissa, che col Sagrantino aveva poco a che fare. Dobbiamo aspettarci la rivincita? Così, tanto per vedere se riusciamo a battere il record dei trauma cranici.

Siparietto. Produttori, sindaci, prefetti, forze dell’ordine, genitori, state accorti. Che fate mentre i ragazzi se la danno di santa ragione? Tutto sotto controllo, che cchiù meglio non si può, fanno sapere gli organizzatori. E’ arrivato l’enometro, il misuratore di degustazioni, con il limite di 6 bicchierucci a testa. Naturalmente al prezzo di cinque euri da devolversi in beneficienza. E poi concerti annullati, forse, pulmini con autista designato, forse, chiusure anticipate delle somministrazioni, forse, patenti sospese, tante. Le cantine sono in stato di allerta, perché ne hanno viste cose, che voi umani non potete neppure immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo di Bastardo, raggi B balenare alle porte di Montefalco, momenti, questi, che andranno perduti nel tempo come lacrime nel Sagrantino. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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