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Il Pd è uscito massacrato – meglio, automassacrato – dalle votazioni per il Capo dello Stato, ma si è tolta una soddisfazione battendo un record che durava da duemila anni: allora, dei dodici apostoli, uno tradì Gesù, Giuda; oggi, uno su quattro dei grandi elettori democratici ha tradito l’impegno di votare Romano PProdi. Con un’aggravante: non si ha notizia che nell’ultima cena i commensali abbiano tutti applaudito; nei giorni scorsi, invece, alla proposta del nome del fondatore dell’Ulivo è stata una standing ovation. Complimenti!

Ma la storia è piena di tradimenti, voltagabbana, banderuole, camaleonti e franchi tiratori. Cominciò Eva, tradendo l’impegno a non gustare il famoso frutto. Dopo di che è stata una valanga: da Giuda a Don Giovanni, da Bruto a Cassio, da Stalin fino (il Cielo ci perdoni) a Scilipoti. Tradimenti in amore ed in politica, tradimenti di tutti i tipi.

Si sprecano le citazioni del tipo: “In politica è consentito il parricidio”; “In politica la coerenza non è una virtù e il tradimento è una scelta politica”; “La politica è merda e sangue”. La storia – come ha recentemente ricordato Arrigo Petacco – è affollata di politici noti e meno noti che si sono fatti usbergo di queste massime storiche per giustificare certi loro comportamenti, che nei normali rapporti interpersonali sarebbero giudicati infamanti. Cavour tradì D’Azeglio, che l’aveva voluto al governo, organizzando contro di lui il primo ribaltone. Garibaldi tradì Mazzini salutando Vittorio Emanuele primo re d’Italia, Togliatti tradì Gramsci lasciandolo in galera, Grandi tradì Mussolini, i cosiddetti professori dc tradirono De Gasperi, De Martino tradì Nenni, La Malfa tradì Pacciardi, Scalfaro (secondo gli interessati) tradì Berlusconi e Fini. Certo, c’è una bella differenza con quanto successo la settimana scorsa: quelli elencati sono tradimenti forse non nobili, ma ammantati da scelte patriottiche, ideologiche e politiche.

Venendo a tempi più recenti, i casi etichettati come tradimenti sono innumerevoli. Francesco Cossiga, all’epoca delle picconate, regalò l’equivalente di trenta denari in monetine di cioccolata al suo ex allievo Mazzola. Nel 1994 il traditore di Berlusconi fu Bossi, il quale bollò come traditori alcuni leghisti passati con il Cavaliere. Più recente il caso di Fini e dei finiani bollati come traditori; ma Fini e i finiani, a loro volta, all’alba della cosiddetta seconda repubblica, sventolarono alla Camera uno striscione con su scritto “Bossi Giuda”. Come dimenticare Dini? Premiato dal centrosinistra con la presidenza del Consiglio, pensò bene successivamente di fare un saltino accanto al Cavaliere. Lo stesso Berlusconi è stato visto ringhiare “traditori” verso alcuni del centrodestra. Indimenticabile resta la reazione della moglie di Craxi quando Claudio Martelli, l’eterno delfino, annunciò di voler “restituire l’onore al Psi”: “Era l’unico che poteva aprire il frigorifero”.

Quanto ai franchi tiratori, giova ricordare che, quando il 16 maggio 1992, fecero fuori dalla corsa al Quirinale Arnaldo Forlani, il senatore a vita Carlo Bo paragonò Montecitorio all’assalto ai forni dei Promessi sposi, chiosando: “Se un romanziere fosse capace di descrivere i fatti di questi giorni, forse uscirebbe dal vago e dall’inutile della nostra attuale letteratura”. Ma lo stesso Forlani, trent’anni prima, era stato in combutta con gli oscuri sicari fanfaniani per fare secco Segni; tanto da far dire ad Andreotti: “I franchi tiratori sono la mala pianta di cui ci si rallegra quando si manifesta in aiuto alla propria tesi e si demonizza negli altri casi”. Prima ancora il conte Sforza era stato impallinato dai dossettiani, Merzagora affondato dagli andreottiani, Fanfani gratificato nel segreto velenoso dell’urna da questo messaggio: “Maledetto nano, non sarai mai eletto”. L’epopea del tradimento in politica (gli “onorevoli lupara” li bollava Indro Montanelli) ha tracimato dai Palazzi del potere, tanto che durante la messa un prete veneto ha invocato l’intervento di Dio: “Liberaci dai franchi tiratori e così sia”.

Ma lo spettacolo messo in scena dal Pd per il Quirinale – ed in misura infinitamente minore, ma significativa, quello messo in scena in Umbria da esponenti del partito ed amministratori nei mesi scorsi – si può confinare nel recinto del tradimento? Non sconfina, per caso, nell’irresponsabilità e talvolta nella stupidità? La democrazia interna di partito come fonte di legittimità delle decisione e quindi di obbligo di convergenza, è saltata. E’ andato a farsi fottere il rispetto del principio di maggioranza. E’ evaporata l’autorevolezza dei leader. Dilaga la correntocrazia, che sta conoscendo nuovi trionfi con l’imbarcata di giovani bamboccioni sinistrati, spesso cooptati alla faccia della competenza e senza cultura politica. Il Paese affoga, il partito ha bisogno della respirazione bocca a bocca e loro giocano all’autoscontro. Con quelle facce un po’ così.

Amo il tradimento, ma odio il traditore. (Giulio Cesare)


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