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E’ ai partiti che spetta creare le condizioni per il rilancio di una competizione non lacerante e per il nuovo avvio di una dialettica di alternanza non più inficiata da una conflittualità paralizzante e non chiusa alle convergenze politiche che le esigenze e l’interesse del paese potranno richiedere. Il saper aprire questa prospettiva appare condizione essenziale perché i partiti e le istituzioni recuperino quella fiducia che si è venuta tanto indebolendo. E altre condizioni per recuperare fiducia e prestigio stanno in quello sforzo di riqualificazione culturale e programmatica necessario in Europa per le maggiori formazioni politiche. Esse stanno – in Italia – nell’abbandono da parte del mondo politico di comportamenti e di posizioni acquisite che hanno alimentato polemiche e reazioni di rifiuto devastanti, così come nella restituzione ai cittadini-elettori della voce che ad essi spetta innanzitutto nella scelta dei loro rappresentanti, e infine nella selezione di candidati a ruoli di rappresentanza istituzionale che presentino i necessari titoli di trasparenza morale e competenza.

Non ho esitato – riflettendo sulle condizioni e sulle sorti della politica – a evocare, o invocare, il ruolo dei partiti. Perché questo nodo è ineludibile, come possono dirci, con adeguato fondamento storico e teorico, gli scienziati – non onorari – della politica. Introducendo il libro di uno studioso del ruolo dei partiti, Sartori ha scritto, qualche tempo fa: “Sono passati ottant’anni” (da un classico saggio inglese del 1921) “e i partiti sono più che mai sotto attacco; eppure nessuno riesce a dimostrare in maniera seria e convincente come la democrazia rappresentativa potrebbe funzionare senza le cinghie di trasmissione poste in essere dai partiti e dal sistema dei partiti”. Direi che questo è l’argomento estremo e insuperabile. Non si prenda l’abbaglio di ritenere che la soluzione sia offerta dal miracolo delle nuove tecnologie informatiche, dall’avvento della Rete: questa fornisce soltanto in modo fino a ieri imprevedibile accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico, e anche stimoli all’aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma anche canali da tempo consolidati – come quelli associativi – di educazione e avvicinamento alla politica, pur esercitando su di essa una non trascurabile influenza, non sono apparsi mai sostitutivi dei partiti. Non c’è partecipazione individuale e collettiva efficace alla formazione delle decisioni politiche nelle sedi istituzionali senza il tramite dei partiti.

I partiti possono – nelle situazioni concrete, nella cornice degli Stati nazionali o anche delle istituzioni europee – conoscere periodi di involuzione e di decadenza, perdendo tra l’altro il senso del limite. Ma la sola strada che resta aperta è quella del loro autorinnovarsi.Questo vorrei dire soprattutto ai giovani. Tra il rifiutare i partiti e il rifiutare la politica, l’estraniarsi con disgusto dalla politica, il passo non è lungo: ed è fatale, perché conduce alla fine della democrazia e quindi della libertà.

Dei partiti, come della politica, bisogna avere una visione non demoniaca, ma razionale e realistica. Uno straordinario testimone della cultura e della storia del Novecento, Thomas Mann, così scrisse nel 1945, avendo in mente non solo la tragedia tedesca, ma forse anche le luci e insieme le ombre della grande democrazia americana da lui osservata per anni da vicino: “La politica racchiude in sé molta durezza, necessità, amoralità, molte expediency e concessioni alla materia, molti elementi troppo umani e contaminati di volgarità, ma non potrà mai spogliarsi del tutto della sua componente ideale e spirituale, mai rinnegare totalmente la parte etica e umanamente rispettabile della sua natura”.

Poscritto. Queste parole le ha pronunciate Giorgio Napolitano poco più di un anno fa. Sono uno stralcio della sua lectio magistralis all’Università di Bologna che gli ha conferito la laurea honoris causa in Scienze politiche. Il Capo dello Stato è forse l’unico (o, al massimo, tra i pochi) che in un momento mai così turbolento dell’Italia, mantiene lucidità e senso di responsabilità. Ecco perché sarebbe il caso riflettere su quanto da lui affermato: dovrebbero rifletterci quanti hanno una voglia matta di spazzare via i partiti; e dovrebbero rifletterci quanti, nei partiti, stanno facendo del tutto perché questo accada.


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