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Sabato scorso i Grandi Elettori sono saliti al Colle per chiedere a Re Giorgio II di ricandidarsi. La rielezione è stata una pura formalità. Poi il solenne insediamento, l’orgoglio civile e le strigliate ai parlamentari, che mentre applaudivano si facevano sonore risate. Dettando l’agenda del nuovo governo, Renzi ha lasciato trasparire un’immagine da leader e non da follower. Il resto è a tutti noto. Su Twitter e Facebook si legge che a difendere la democrazia sono rimasti pochi franchi tiratori, perché il voto segreto è una garanzia di libertà e consente al parlamentare, pedina in mano ai dirigenti dei partiti, di affrancarsi dalle decisioni imposte in barba alla democrazia. A distinguersi per delusione, rabbia, sproloqui e cinismo sono gli smanettoni umbri. Chi di loro fino a un mese fa era disposto a dare un braccio per il partito, oggi non si fida dei suoi dirigenti e proclama sui social network che non lo voterà più: “io me ne vado, democristiani moriteci voi!”. In verità i democristiani in Umbria non hanno mai riscosso grandi simpatie, sebbene la sinistra sia più volte ricorsa al loro appoggio per tenere in vita la sua idea agonizzante. Oggi ci si connette anche per prendersela con la Costituzione più bella del mondo, a detta di Roberto Benigni, e per ricordare ai followers che “a furia di voti segreti ci siamo fatti fuori in una settimana Franco Marini e Romano Prodi”. Vediamo adesso che fine farà Letta. Eccoci di nuovo alla politicuccia tira a campare nel segno dell’unità nazionale, delle larghe intese, dell’emergenza e di “Tutti per l’Italia”. E all’Umbria chi ci pensa? Siamo al Gerovital iniezione, leggasi anche ignizione (dal lat. “ignire”) intesa come pratica funeraria consistente nella combustione, totale o parziale, della salma. Chissà come appare, vista da Montecitorio, la classe di dirigenti che si pasce in questa terra di mezzo? A leggere i loro profili Facebook si ha l’impressione che i nuovi insediati nulla sappiano delle dinamiche politiche ed economiche che li hanno prodotti, né dei sacrifici fatti da questa regione per varare un modello di sviluppo. Nulla sanno della rilassata evoluzione delle sue strutture istituzionali, politicamente e culturalmente conservatrici.

Siparietto. In questo spaccato di nazione, che ci siamo storicamente ostinati a chiamare Umbria, il tracollo di un idea di sinistra è più sentito che altrove. Forse più che in Toscana – dove tanto ci penserà Renzi – e più dell’Emilia-Romagna – dove tanto ci penserà una classe imprenditoriale più attrezzata. La mascherata è finita. Assistiamo al proliferare della protesta, allo spuntare di movimenti disperati, al crollo delle roccaforti sotto l’impeto dei grillini. C’è nell’aria la volontà di cambiamenti radicali e non quella di metterci una pezza. Dalle finestre rinascimentali e gotiche delle nostre città d’arte spuntano le lenzuolate dei giovani, che non vogliono più sentirsi chiamare con i cognomi di altri: D’Alemiani, Veltroniani, Fassiniani, Bindiani, Bersaniani e Renziani. I dinosauri sono andati platealmente a trovarli nelle sedi occupate, quanto meno per sincerarsi se si tratti di caciara travestita da legittima protesta o di perigliosa sollevazione conto i parlamentari appena votati. Absit iniuria verbis. Il tempo è sempre galantuomo e ci dirà se assisteremo ad un moto giacobino o ad una corsa allo strapuntino. Per ora, più che un Sessantotto ci sembra di assistere ad un Quarantotto. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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