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Il risultato delle recenti elezioni è stato vissuto come un’imboscata dal Pd, che è arrivato primo ma non ha vinto: la beffa delle beffe. Un’imboscata nel senso che i sondaggi, fino a tre giorni dal voto, erano rassicuranti, e nessuno nel grande partito ipotizzava una valanga grillina di quelle dimensioni né un recupero così robusto del centrodestra. Ai tempi del Pci (e anche della Dc) sarebbe potuto accadere che i dirigenti fossero così spiazzati dal risultato rispetto alla griglia delle previsioni? Neanche per idea. All’epoca non c’erano i sondaggi, diventati la bibbia dei politici tanto da non essere utilizzati come strumenti di tendenze ma suggeritori di ritocchi pressoché quotidiani dell’iniziativa dei leader. C’era semplicemente un altro strumento, che costava niente ed era più efficace: il nasometro. I dirigenti capivano sempre che aria tirava. E lo capivano perché stavano in mezzo alla gente; le sezioni pullulavano di iscritti, simpatizzanti e questuanti; venivano battute le piazze sia delle grandi città che dei paesini. Ora, insieme ai sondaggi, tutto viene demandato alla televisione: è stata la campagna elettorale più televisiva della storia ed anche la più noiosa.

Il fatto è che da anni ormai i politici tendono a rinserrarsi nei vari palazzi: nazionali, regionali, provinciali e perfino comunali. Soltanto i sindaci, e neppure tutti, hanno contatti frequenti con i cittadini, i quali, se hanno un problema, bussano al Comune che rimane l’interlocutore privilegiato. Ma gli altri, ai livelli più alti delle istituzioni? Si concedono con parsimonia e talvolta neppure nascondendo l’insofferenza per l’insistenza popolare di incontrarli. E i dirigenti dei partiti? Rinchiusi nel fortino. Produrranno anche pensieri profondi, ma una cosa è certa: sempre meno politici riescono ad immedesimarsi nei problemi della gente comune. Un episodio, clamoroso, su tutti: mentre agli italiani venivano imposti drastici sacrifici, i politici – a tutti i livelli – non riuscivano a limitarsi in modo consistente i privilegi; anzi, venivano alla luce veri e propri scandali sull’utilizzo dei fondi pubblici in tante regioni. Un insulto a tutti, a cominciare dal buon senso.

Non è una novità di questi ultimi mesi l’arroccamento di chi governa ai vari livelli e dei dirigenti dei partiti. Già qualche anno fa Hans Magnus Enzesberger dedicò un articolo all’argomento, sottolineando che l’uomo politico contemporaneo è l’essere più separato dalla gente comune perché vive in fortini protetti, viaggia in automobili blindate, si muove affiancato da gorilla per cui la gente lo vede ormai soltanto da lontano, non gli capita mai di fare la spesa al supermercato oppure la coda davanti ad uno sportello.

Anche nella piccola Umbria succede quanto sopra? Lodevoli eccezioni non mancano, ma la tendenza è la stessa. Se non fosse stato archiviato anche qui il nasometro, si sarebbe capito per tempo che aria tirava nelle ultime elezioni. Se venisse adeguatamente annaffiata la cultura politica, bagaglio prezioso di tanti dirigenti e amministratori del passato, l’offerta risulterebbe più credibile e lo sbandamento degli elettori non avrebbe dimensioni così preoccupanti. Se venissero percepiti in tempo reale i bisogni della gente comune, si deciderebbero provvedimenti adeguati senza cincischiare. Se l’orecchio, anziché per il gossip di Palazzo e per stucchevoli giochi di potere, venisse utilizzato per percepire l’umore popolare, verrebbero date risposte adeguate. Quando molti cittadini non credono più a quelle organizzazioni che si chiamano partiti e sentono incomprensibilmente lontani gli amministratori, è un problema per la comunità e nello stesso tempo un rischio per tutti.

Umbria Mobilità ha mille problemi, ma i trasporti (ancora) funzionano. Se politici e amministratori salissero più spesso su un autobus ed ascoltassero i commenti e le aspettative della gente comune, ne trarrebbero indicazioni preziose; ed allo stesso tempo susciterebbero l’ammirazione popolare per il miracolo di vederli su un mezzo pubblico.


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