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Tra un vertice franco-tedesco e un “nein” di Angela Merkel, l’Europa rischia di affondare, trascinata da un’Italia ingovernabile. Il risultato elettorale inasprisce una situazione che si fa sempre più critica: tonfo in Piazza Affari, Monti convoca Banca d’Italia e schizzano i tassi dei Bot semestrali. Eppure in Umbria tira un’arietta primaverile, spuntano i primi asparagi e le signore di buona famiglia raccolgono le erbette spontanee. Non avrebbero dovuto togliere dall’insegnamento scolastico l’ora di economia domestica. Peccato che incuranti della cicoria e della pimpinella gli speculatori mangino solo cavoletti di Bruxelles. L’Eurozona trema e Moody’s avverte dei rischi connessi all’eventualità di nuove elezioni. I mandorli in fiore non temono la neve tardiva dell’Appennino, che lascia ben sperare per le falde acquifere. Presto ci abitueremo all’idea che aria fina, acqua di sorgente e prodotti dell’orto siano più importanti delle spread. Bene o male l’Italietta è tornata al centro delle attenzioni del mondo, se è vero che il presidente della Federal Reserve, illustrando in Parlamento l’esito del nostro voto, ha dovuto riconoscere che i mercati risentono dell’incertezza italiana. L’Umbria piccina, grillina, stringe le spalle e attende la botta, considerato che qui, come altrove, non si è riusciti ad apportare strategie per sopravvivere alla crisi, all’aumento della disoccupazione e delle nuove forme di povertà. Riprende la stagione turistica e in questi giorni che precedono il banco di prova della Pasqua, la primavera che s’approssima invoglia i visitatori, sperando che non tutti siano alla canna del gas. L’Umbria dei monumenti, delle antiche mura, dei musei, dei palazzi, degli ambienti fluviali, delle colline ulivate è una regione splendida, dal modesto tenore di vita, i cui abitanti hanno sempre percepito con immediatezza la presenza di squilibri nella distribuzione della ricchezza, senza per questo ricorrere a fenomeni di contestazione o rabbia collettiva. Perché tutto sommato vivere qui costituisce un gran privilegio, a dispetto della marginalità e dell’isolamento dal resto del paese, più pesante negli anni Sessanta e Settanta. Negli Ottanta e Novanta abbiamo avuto cicli migliori, e forse politici migliori, capaci di mascherare l’affiorante crisi economica, talora mitigata dall’intraprendenza della piccola e media impresa, da una relativa facilità di accesso al credito bancario e da una discreta capacità manifatturiera, figlia della tradizione artigianale. Aspettando la crescita economica ci domandiamo se esistano soluzioni capaci di alleggerire il disagio sociale di una comunità alla stremo, a cui apparteneva lo stesso pluriomicida e suicida del Broletto, balzato alle cronache nazionali odierne. L’indotto turistico non sarà tutto, ma rappresenta l’unico orticello di guerra da coltivare: quella che ci ha dichiarato la Merkel. Non ci rimane che puntare sul suo potenziamento, sfruttando l’ampia e differenziata gamma di attività ad esso collegate, che in Umbria costituiscono il settore più incoraggiante per lo sviluppo dell’occupazione, prima che sia troppo tardi. Il potenziale riconosciuto ai nostri territori è mortificato dalla stagionalità della domanda e da una serie di criticità, tra le quali spicca, a discapito dell’offerta, l’inadeguatezza dell’organizzazione formativa.

Siparietto. Tutte queste condizioni negative, nonostante l’incoraggiante numero di presenze della scorsa stagione, spiegano i motivi di uno sviluppo del turismo al di sotto delle sue grandi potenzialità. Sebbene nell’immaginario del visitatore l’Umbria non abbia perso il suo fascino, urge un ordinato comporsi di scelte da parte dei diversi livelli dell’organizzazione dello Stato, integrate da politiche locali di sostegno al comparto, condivise dagli operatori di varia responsabilità, perché anche il mercato del lavoro possa avvantaggiarsene.


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