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Volge lo sguardo verso lo zuccherificio ormai vinto dai Caterpillar, provando rimpianto per l’aroma dolciastro della barbabietola, a cui è subentrato quello della polvere, più amaro dell’assenzio; getta un’occhiata dal ponte di Porta Firenze sulle papere rincorse dalle nutrie e sulle nutrie inseguite dai cani randagi; si aggira per i cantieri delle pavimentazioni, gonfia la bicicletta da Ugolinelli, compra il pane da Pizzoni, il baccalà da Di Biagio e le acciughe da Massatani: abitudini in via d’estinzione, da mostrare ai propri figli prima che sia troppo tardi; sfoglia il giornale, sorseggia un caffè corretto al Varnelli nei bar del centro, che faranno la fine del Sassovivo. Il folignate si considera parte di un altrove arduo d’abbracciare, a differenza del cugino perugino, convinto che non ci sia nulla di più perfetto della sua degradata città. Il folignate si concede all’ironia del proprio destino, scagliando il suo sarcasmo, senza troppo ferire, verso chi lo governa, perché è convinto di poter sopravvivere a qualsiasi autorità locale, così come sono sopravvissuti i suoi antenati, ai Longobardi, ai Saraceni, agli Ungari, ai bombardamenti e all’istituzione delle Regioni. Egli sa che non potrà più contare su un Barbarossa, che sostenne la città, né sperare – nonostante abbia un porporato in Vaticano – nell’aiuto della Chiesa che, in un giorno ormai lontano, ne favorì le strutture e i commerci.

Siparietto. A palazzo Trinci si sono tenuti gli Stati Generali de Lu Centru De Lu Monnu, incombendo su di esso pericoli imminenti. Alla conferenza programmatica sul tema “Rinnovare la città” s’è notata l’assenza assordante dei rappresentanti della Regione. In compenso c’era, tra il pubblico, un’attenta Marina Sereni (quando si dice il peso delle radici), forse allarmata della situazione politica locale, che a Perugia fanno finta di ignorare. Catia Bastioli e Pierluigi Mingarelli hanno parlato più che altro di crisi ecologica, di crisi del capitalismo, di Jean-Paul Fitoussi e di Eloi Laurent, esponenti della nuova ecologia politica. Discorsi commendevoli, non c’è dubbio, ma ci si aspettava che si discutesse dei problemi reali che assillano la città, considerata fin dal dopo guerra la più dinamica della regione. Diciamocela senza peli sulla lingua. Meglio il documento programmatico inviato in rete dal sindaco a pochi eletti, che quello che s’è detto in sala. Dove sembrava che a far torto a Foligno fossero state solo le ricorrenti crisi cicliche del secondo dopoguerra e non, invece, i problemi sistemici, terra terra, connessi con l’arte, questa sconosciuta, del governo locale, con la mancanza di strategie di sviluppo del territorio, sacrificate a favore di obiettivi regionali, che la terza città dell’Umbria continua a inghiottire in nome di una politica dettata dall’alto. Avremmo voluto sentir parlare degli standard dei servizi a favore dei cittadini, d’innovazione di progetti volti a favorire occupazione e lavoro per le giovani generazioni, di eliminazione di sprechi finalizzati a riconquistare la fiducia della gente verso le istituzioni. Per il folignate è fin troppo fastidioso, quasi insopportabile, ricordare quello che furono questa città e i suoi protagonisti. La Foligno.2 è ancora lontana da venire e non si risolverà con la riqualificazione dell’area dell’ex zuccherificio, tutta da verificare. Ci sovviene un pensiero di Ennio Flaiano, che ognuno interpreterà a suo piacere: “Come ci sentiamo infelici/ quando incontriamo le varie invecchiate mogli di amici/ dentro le loro utilitarie./ Passano aggrappate al volante/ hanno lo sguardo affaticato/ ieri andavano dall’amante/oggi al supermercato”. E con questo non abbiamo voluto dire che il declino s’è abbattuto sulla città e che le giocose papere del Topino, manco fossero le oche del Campidoglio, ne costituiscono la molesta metafora. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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