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Nel suo piccolo, come esce l’Umbria dalla sgangherata campagna elettorale e dal voto? Semplicemente, come vi era entrata. Si obietterà: ma i risultati delle urne hanno schiaffeggiato il centrodestra, hanno tramortito il centrosinistra, hanno innalzato agli altari il movimento di Grillo. E allora? Proviamo a ragionare.

L’Umbria contava poco e continua a contare poco; i suoi parlamentari si perdevano nella massa degli onorevoli e così sarà ancora; dallo Stato arrivavano meno risorse e la musica non cambierà. E se il centrosinistra avesse preso più voti, non per questo sarebbero cambiati i dati economici che stanno facendo scivolare questa regione verso il sud: cassa integrazione, precariato, fallimenti, aziende protestate. Se si esclude il corpaccione garantito dei dipendenti pubblici, è una caporetto: non c’è crisi industriale che sia stata affrontata con la determinazione necessaria. Più volte ci è capitato di insistere su un punto: il problema non è chi va in Parlamento, il problema è chi resta a governare l’Umbria. E quanti la governano, lo stanno facendo da tempo piuttosto male: non hanno un’idea condivisa, non hanno un progetto, non parlano chiaro ai cittadini, abborracciano riforme, controllano poco o niente, hanno società di servizi pubblici colabrodo, straparlano, si autoincensano. Sono anche straordinariamente furbi: giocano con i campanilismi e anziché intervenire seriamente sulle distorsioni della sanità, se la trastullano (per fare un esempio) con la sede dell’Asl tra Terni e Foligno: lanceranno in aria la monetina?

Tutto ciò è entrato come un pacco di problemi nelle urne e come un pacco di problemi ne è uscito: qualcuno vorrà aprirlo? Certo, dalle urne è uscita anche una gragnuola di cazzotti. Lasciamo stare quelli per il centrodestra e segnatamente per il Pdl, che qui non ha mai voluto diventare di fatto classe dirigente, ha vissuto sugli effetti speciali di Silvio Berlusconi ed ha visto il rischio di alternanza alla Regione con lo stesso entusiasmo di chi aspetta l’impatto del meteorite sulla terra. Sorvoliamo per carità di patria su quanti, all’indomani del voto, hanno sgranato gli occhi per la sorpresa dello tsunami grillino; e, sia detto per inciso, una gran bella figura non l’ha fatta buona parte dell’informazione: tutti ora a dire dove ha sbagliato Bersani, salvo che durante la campagna elettorale non avevano capito cosa stava maturando nell’elettorato. Rimane il grande partito, che in Umbria ha voluto immediatamente confermare che nulla è cambiato. La frana di decine di migliaia di voti persi, è stata così commentata: il Pd ha tenuto. Sì, ha tenuto la faccia di bronzo. Con una postilla: ora dobbiamo avviare una riflessione. Non sarebbe meglio un pellegrinaggio?

Ora è facile, dopo questi risultati, malmenare la classe dirigente almeno con la stessa voluttà degli elettori. Ma era tutto scritto, tutto previsto: poteva soltanto cambiare l’entità della sconfitta. E la sconfitta va a tutto merito degli amministratori. Non prendeteci per i fondelli: il Pd, almeno nella piccola in Umbria, non si sa bene cosa sia; da anni non è più luogo di elaborazione e di stimolo per le istituzioni; da anni – e negli ultimi tempi in particolare – gli amministratori sono il partito, fanno e strafanno, l’hanno commissariato. Un’accentuazione verso questa deriva è venuta con la marcia dei cosiddetti giovani turchi, in realtà piuttosto vecchi perché fin dal biberon hanno succhiato incarichi senza avere la possibilità di esprimere le proprie capacità lavorative in luoghi che non fossero attinenti alla politica.

Ogni elezione ha la sua storia e può darsi che la prossima sarà straordinariamente diversa da quella appena vissuta. Ma se l’Umbria rinuncia a fare i suoi compiti, a guai si aggiungeranno guai. Cos’altro doveva accadere nei mesi scorsi per indurre ad un sussulto chi governa questa regione? Ai mille problemi irrisolti, si sono aggiunti due episodi: la sberla data agli amministratori nel primo turno delle primarie del Pd; lo sbertucciamento del segretario regionale nella gara per il Parlamento. Non sono episodi da poco, pericolosamente vissuti da quanti, tra le tanti sorgenti di acqua minerale di questa regione, preferiscono rimanere attaccati alla più sbagliata: quella dell’arroganza.


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