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Quando Francesco entra insieme ai suoi compagni in San Pietro per ricevere la Regola, il destino dell’Umbria cambia il suo corso. L’evento, raffigurato nel celebre affresco della Basilica Superiore da Giotto, o da chi per lui, è anche rappresentato nel film Fratello Sole e Sorella Luna di Franco Zeffirelli, scandito dalle parole di Innocenzo III: “Dov’è quel frate? Portatelo qui, è un gigante”. Il francescanesimo, a differenza degli altri ordini pauperistici, riconosce, sine glossa, l’autorità di madre Chiesa. E’ così che la Regola Francescana, sottoponendosi alla fede, afferma il primato della volontà sull’intelletto. La folgorazione di questo umbro aiutò il Papa a convogliare nell’ambito della Chiesa le inquietudini e le opportunità di partecipazione dei ceti più umili. Francesco scongiurò l’eresia, senza porsi come rivale del Pontefice. Che ne sarebbe stato della Chiesa – e più sommessamente dell’Umbria dei santi che parlano agli uccelli – se egli si fosse comportato con superbia? Mentre in politica assistiamo alla demenza al potere, sul fronte ecclesiale constatiamo la crisi dei movimenti cattolici, sempre meno attrattivi. Dal recente conclave è uscito un erede di Pietro disposto a ripartire da Cristo, per meglio dire, dal Poverello di Assisi e (per cantarcela un po’ anche noi) dalla letizia umbro-francescana del “pace e bene”. Tutto ciò spiazza i male intenzionati e, leggetela come volete, ridona inaspettata centralità a questa regione. «Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laudi, la gloria, l’honore et onne benedictione»: sembra di sentire parlare la lingua dei nostri vecchi contadini. Il mondo sogna un nuovo francescanesimo per ripartire dalla povertà senza pauperismo, dalla morale al netto del moralismo, dalla Chiesa epurata dal clericalismo. I tempi sono maturi per le rinunce, non solo ai paramenti barocchi e allo IOR. L’Umbria poverella (e del Poverello) saprà approfittarne per rifarsi un’immagine agli occhi del mondo? Come sempre la comunicazione svolge un ruolo fondamentale. Ora che una ventata di crude novità hanno conquistato il Vaticano, anche il nuovo Parlamento dovrà prendere atto che è giunta l’ora di rinunciare ai privilegi della politica riconosciuti a tante pratiche inutili, repellenti, fatte di orpelli. Ci è offerta l’occasione di un nuovo e più esteso Sillabo per svecchiare questa società invischiata nella fissità politica e amministrativa. Approfittando dello scollamento periclitante di un sistema colluso e appecoronato, incapace di comprendere le esigenze dei ceti più umili e il loro bisogno di partecipazione in seno alle scelte comuni, sarebbe bello che il messaggio si sollevasse proprio dall’Umbria, che regalò al mondo il suo sole. La spallata di Papa Bergoglio incoraggia a disfarsi dell’inazione, della menzogna politica, della demagogia di quei manovratori che confondono l’eguaglianza sociale con il sistema di potere.

Siparietto. Attendiamo fiduciosi che Jeorge Mario Bergoglio prenda il primo treno per Assisi, come fece Giovanni XXIII il 4 ottobre 1962, una settimana esatta prima del Concilio. Quella fu la prima uscita di un Papa dopo l’annessione di Roma allo Stato italiano del 1870, che scatenò i mezzi di comunicazione mondiali, coscienti della clamorosa portata dell’avvenimento. A cinquant’anni di distanza è cambiato il mondo, ma non la ferrovia a scarto ridotto, che consentirà al Papa di scendere dal vagone durante le soste, per permettere all’Umbria intera di baciargli l’anello di latta. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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