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Ma che goduria questa campagna elettorale: mai se ne era vista una così sgangherata. I problemi scottanti, dai più vengono dribblati; e quando vengono biascicati, lo si fa con leggerezza e superficialità. E’ tutto un fiorire di botte e risposte sul poco o niente, è il trionfo delle battutacce, è l’apoteosi delle promesse da marinaio. Fino a tre giorni fa, la sondaggite ha spaziato sui quotidiani ed ha invaso le Tv: dall’alba a notte fonda, un tambureggiante rincorrersi di forbici che si allargano leggermente o che si stringono. E così i sondaggi mai come questa volta hanno cambiato ruolo: da strumenti utili ai partiti per tastare il polso dell’elettorato, si sono trasformati in una sorta di sostanza dopante per alimentare rincorse o rintuzzare la corsa di chi insegue.

Sui teleschermi, dall’alba a notte fonda, si incrociano leader che hanno un esercito, leader che hanno perso l’esercito e vogliono riconquistarlo, leader senza esercito che parlano come se stessero per varcare la soglia di Palazzo Chigi. E più ci si avvicina all’appuntamento con il voto, più ci si perde nel vortice delle promesse che non stanno in piedi e neppure in ginocchio. E’ una sorta di gara a chi la spara più grossa. Sarà anche vero che gli italiani, come sostiene la Conferenza episcopale, non si faranno abbindolare; sarà anche vero che quanti esagerano con le promesse da marinaio faranno la fine dei pifferi di montagna (andarono per suonarle e vennero suonati); ma sta di fatto che non c’è argine all’alluvione di impegni che, dopo il 24 febbraio, renderanno gli italiani felici e più ricchi. Questo comportamento di molta parte della politica conferma un paio di cose: innanzitutto si ritiene che, in fondo, buona parte degli italiani amino essere presi per i fondelli (qualche risultato elettorale del passato, purtroppo, incoraggia questa tesi); in secondo luogo, è andato a farsi benedire quel minimo di pudore che impedisce di sconfinare nel ridicolo, di rispettare l’elettore.

Nella stagione dei pifferi, amano segnalarsi gli esponenti di partiti che più hanno governato. Quando erano al potere non hanno fatto praticamente nulla di quanto ora, con incomprensibile allegria, promettono di realizzare. E siccome la madre di tutti i dibattiti è la Signora Tasse, con la quale tutti (tranne gli evasori) abbiamo un conto in sospeso, è un rincorrersi di proposte ed impegni per rimettere i soldi nelle tasche degli italiani. C’è chi ha fatto un po’ di conti, traducendo in cifre la valanga di promesse: è stato calcolato un costo che ha, come soglia minima, 100 miliardi di euro, fino ad arrivare a 200 miliardi. E la campagna elettorale non è ancora finita. La domanda dalla disarmante semplicità è la seguente: dove diavolo si prenderà questa montagna di soldi? Eppure le promesse, talvolta precedute da plateali bugie, impazzano. Vengono snocciolate soprattutto in Tv, luogo privilegiato per la conquista del voto. E vengono snocciolate senza che vengano contraddette o smontate: il che dovrebbe essere pane quotidiano dei giornalisti, che dovrebbero incalzare l’interlocutore; ma la categoria, evidentemente, vive un periodo di confusione.

Nella stagione dei pifferi, pur sovrastata dalla nevrotica campagna elettorale, l’Umbria ci tiene a ritagliarsi la sua nicchia. Nei giorni scorsi è stato presentato il Dap, il documento di programmazione che contiene gli impegni che si intendono realizzare nel corso dell’anno. Un passo avanti rispetto al passato è stato fatto: nel 2011 il Dap si dipanava in 144 pagine, nel 2012 in 98 pagine, quest’anno è stato contenuto in 82 pagine. Che sono comunque tantissime: l’ennesimo appuntamento con il libro dei sogni. C’è un pizzico di verità: finalmente si ammette che siamo in recessione. Per il resto c’è di tutto, e tutto sta a dire che a fine anno l’Umbria sarà rigogliosa. Sarebbe bene leggerlo il Dap: alleggerisce l’atmosfera pesante della crisi e fa concorrenza ai giardini di Arcore, dove le rose sono sempre in fiore e dai cespugli sbocciano le gnocche.


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