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“Il paesaggio che si apre a mezzogiorno sotto le finestre dell’hotel Subasio è uno dei più belli dell’Umbria; è una fortuna, prima di penetrare l’anima stessa di Assisi, poter cogliere nell’insieme la natura in cui si è formata”. La citazione è tratta dall’opera “L’Umbria. L’anima delle città e dei paesaggi”, che nel 1905 valse allo storico dell’arte Renè Schneider il Prix Montyon dell’Académie Francaise. Gli stranieri ancora ci invidiano le nostre città. Per molti secoli, prima di diventare un mediocre sobborgo d’Italia, l’Umbria spopolava nel mondo, al punto che già in epoca Romana – poi nel Rinascimento – la nostra regione fu considerata una delle locomotive dell’umanità. Oggi, sebbene blandita da artisti, studiosi, scrittori e registi stranieri, essa non seduce più gli umbri. E’ qui da noi che la Rai girerà la nona serie della fortunata fiction Don Matteo; poco importa che le riprese riguardino Gubbio, Spoleto o Bevagna, purché in autunno il pubblico di Raiuno (per l’ultima serie sono stati 7 milioni gli spettatori e 25% lo share) possa vedere ancora la bicicletta di Terence Hill sfrecciare sui nostri selciati. Il Palazzo dei Priori a Perugia, quello dei Consoli a Gubbio, quello dei Trinci a Foligno, il tempio della Minerva di Assisi, il duomo e la rocca di Spoleto e potremmo continuare per ore, affascinano inglesi, tedeschi e americani, mentre i luoghi che abitiamo a noi appaiono come fondali scontati. La routine quotidiana cela al nostro sguardo distratto un patrimonio capace di generare benessere, qualità della vita, lavoro e fatturato. Così continuiamo a considerare la nostra storia un bagaglio ingombrante. Forse, per una specie d’imbarazzo difficile da decifrare, ci ostiniamo a fuggire dal perfetto cliché – bellezza, vestigia, arte e buona tavola – a cui il mondo ci ha inchiodati per potersi invaghire di noi. L’Umbria non sarà più quella che irretì Renè Schneider, ma ancora riesce ad acchiappare tanti consensi, nonostante la cecità di chi l’amministra, che dovrebbe trattare con maggiore sensibilità e cautela i suoi preziosi luoghi, restituendoli possibilmente alla funzione più vicina a quella originaria.

Siparietto. Per salvarci dobbiamo accettare di essere la memoria di noi stessi. Serve un sogno antico e grande. Fino ad oggi siamo stati in grado di trasformare i luoghi insigni in fiere permanenti, a spazi di piccolo, ordinario consumismo, senza neppure la grazia che una volta possedevano le arti popolari. Dobbiamo più rispetto all’integrità e alla fisionomia delle nostre città il cui valore spirituale trascende di gran lunga quello monumentale. Conformandosi purtroppo al modello globale, l’Umbria ha respinto il ruolo di grande museo a cielo aperto, che al mondo piace. Così facendo si sta condannando alla marginalità, alla quale nessuna infrastruttura, aeroporto, comitato promotore a capitale europea della cultura di Perugia e Assisi, potrà porre rimedio. Dopo duemila anni di protagonismo serve rammentare, serve programmare una riorganizzazione degli intelletti, serve scongiurare il destino periferico di una regione che non accetta più di essere la memoria di se stessa. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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