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L’attività scientifica è costituita per grandissima parte di sforzo fantastico, chi è incapace di costruire ipotesi non sarà mai scienziato. Anche nell’attività politica ha grandissima parte la fantasia, ma nell’attività politica l’ipotesi non è di fatti inerti, di materia sorda alla vita; la fantasia in politica ha per elementi gli uomini, la società degli uomini, i dolori, gli affetti, le necessità della vita degli uomini. Se uno scienziato sbaglia la sua ipotesi, poco male, in fondo: si perde una certa quantità di ricchezze di cose: una soluzione è precipitata, un pallone è scoppiato. Se l’uomo politico sbaglia la sua ipotesi, è la vita degli uomini che corre pericolo, è la fame, è la rivolta, è la rivoluzione per non morire di fame.

Nella vita politica l’attività fantastica deve essere illuminata da una forza morale: la simpatia umana. Questa forza è inaridita dalla superficialità, che significa mancanza di profondità spirituale, mancanza di sentimento, mancanza dunque di simpatia umana.

Perché si provveda adeguatamente ai bisogni degli uomini di una città, di una regione, di una nazione, è necessario sentire questi bisogni; è necessario potersi rappresentare concretamente nella fantasia questi uomini in quanto vivono, in quanto operano quotidianamente, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere. Se non si possiede questa forza di drammatizzazione della vita, non si possono intuire i provvedimenti generali e particolari che armonizzino le necessità della vita con le disponibilità dello Stato. Se si scaglia un’azione nella vita: bisogna saper prevedere la reazione che essa sveglierà, i contraccolpi che essa avrà.

Un uomo politico è grande in misura della sua forza di previsione: un partito politico è forte in misura del numero di uomini di tal forza di cui dispone. Perché ogni provvedimento è un’anticipazione della realtà, è una previsione implicita. Il provvedimento è tanto più utile quanto più aderisce alla realtà. Ma le autorità italiane, quelle governative, quelle provinciali, quelle cittadine, non hanno finora decretato un provvedimento che non sia tardivo, che non abbia bisogno di essere modificato, o anche di essere cassato perché, invece di provvedere, faceva rincrudire il malessere. I politici non sono riusciti ad armonizzare la realtà perché sono stati incapaci di armonizzare prima, nel pensiero, gli elementi della realtà stessa. Essi ignorano la realtà, ignorano l’Italia in quanto è costituita di uomini che vivono, lavorando, soffrendo, morendo. Sono dei dilettanti, dei superficiali: non hanno alcuna simpatia per gli uomini. Sono retori pieni di sentimentalismo, non uomini che sentono concretamente. Obbligano a soffrire inutilmente nel tempo stesso che sciolgono gli inni alla virtù, alla forza di sacrificio del cittadino italiano.

La folla, in quanto è composta di singoli, non in quanto è popolo, idolo delle democrazie, è ignorata dagli uomini di governo, dai burocrati provinciali e cittadini. I politici amano l’idolo, ma fanno soffrire il singolo individuo. Non sanno armonizzare la realtà disagiata con la possibilità di minor disagio per tutti. Non pensano che ove c’è da mangiare per cinquanta possono vivere cento, se si armonizzano i bisogni.

Poscritto. Quanto avete appena letto, almeno secondo buona parte dei politici, andrebbe messo nella bacheca del qualunquismo e dell’antipolitica. Il fatto è che questa pagina ha quasi cent’anni ed il suo autore si chiama Antonio Gramsci: l’ha scritta il 3 aprile 1917; un articolo su una verità che sembra un paradosso: i politici italiani sono inetti al governo perché non sanno immaginare, quindi gestire con delle leggi adatte, le necessità dei cittadini. Certo, erano altri tempi. Chissà, vista l’aria che tira, cosa avrebbe scritto oggi.


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