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Salendo al Subasio lo sguardo spazia sugli gli arati della Chiona, sulle querce secolari disposte lungo via dei Quattro Venti, sui cipressi ordinati come l’agenda Monti, filanti verso le dimore dei fortunati che, a due passi da Spello, godono dell’isolamento di questa vallata. Ampiezza di sguardi sull’Appennino, dolce luce, armonia di uliveti, sullo sfondo degli aerei Sibillini, svettanti dalla nebbiolina che impasta le distanze e fa sognare. Sembra di toccarlo il convento di San Girolamo che accolse la confraternita dei Piccoli Fratelli, dove – in spirito di profezia e di servizio – dette evangelico scandalo Fratel Carlo Carretto o, se preferite, da dove nel febbraio del 2008 prese il via la rovinosa campagna elettorale di Veltroni: “per rompere con il vecchio e garantire il nuovo” diceva Valter, carico di aspettative. Poi sapete tutti com’è andata a finire. Ci vorrebbe un nuovo Padre Carretto per guidarci alla riflessione, anche politica, al lavoro manuale, allo scambio di esperienze, alla fede ritrovata: ciascuno la sua. Ma guarda dove ti si va a infilare la pratica del buon governo, anche tra gli ulivi e le pieghe delle opere di carità. Gli escursionisti che salgono al Subasio per cercare funghi ed erebette o quelli che pedalano eroicamente in sella ai rampichini, probabilmente non sanno che Fratel Carlo morì nel suo eremo di San Girolamo la notte del 4 ottobre 1988, il giorno in cui si spense San Francesco, del quale egli fu biografo. Forse è solo una singolare coincidenza. Non è una coincidenza l’ormai accettato pluralismo religioso, etico e culturale del mondo contemporaneo, per cui si è battuto in vita lo scomodo laico. Il Subasio è una tebaide attraversata da sentieri lungo i quali si può camminare pregando o imprecare pedalando, fino a giungere, attraverso il Poggio Caselle e la Fonte Bregno, la prateria sommitale della Spella. E’ lì che l’antivigilia di Natale s’era dato convegno per scambiarsi gli auguri uno stormo di festanti ciclisti. Il santuario della Madonna della Spella, eretto nell’anno Mille, poggia su una delle terrazze naturali più belle del nostro Appennino. Il suo nome non deriva dalla vicina Spello, ma da “specula”, veduta, a sottolineare la panoramica posizione che s’affaccia sui Sibillini. Sul versante opposto, dopo aver attraversato tanta gloriosa solitudine e gettato lo sguardo su Gubbio e Perugia, incontriamo le comitive degli assisani. Sono lì a cavacecio, come direbbe il Belli, sui loro slittini a contendersi la poca neve, all’altezza del pratone definito per antonomasia “Il Monte”, che indica il luogo irrinunciabile e ascetico dove gli assisani onoravano l’Assunta. Da lì scendevano la sera cantando con in mano le mazze fiorite, alle quali fino al 1957 una speciale giuria assegnava un premio. I narcisi finirono, le giunchiglie pure: vennero le scaramucce del Calendimaggio e niente fu come prima.

Siparietto. Al Subasio si ascende per motivi affatto comuni e non facilmente definibili, quasi un viaggio alle origini di questa nostra razza montanina, che non ha mai avuto il piede fesso e molle dei perugini, ma anzi la fierezza consapevole che i suoi civilissimi antenati Umbri, per salvarsi dalle acque, decisero di stabilirsi sulle alture, le stesse che ancora gravitano sul nostro orizzonte e costituiscono per ciascuno di noi il peso di un’eredità personale. Chi ha il piede lesto risparmi sull’accisa regionale della benzina confermata per tutto il 2013, anno in cui ci converrà seguire, se non quello di Padre Carretto, l’esempio degli escursionisti: gambe in spalla e pedalare. Solo così, il futuro ci sarà più lieve. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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