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Cupi e tediosi sono i giorni di Gennaio. Il chiacchiericcio dei demiurghi locali non rassicura, anzi, mostra quanto i politici se ne impipino delle richieste della gente che sente il bisogno di emanciparsi dall’immoralismo costituzionale, ideologico e storico della classe dirigente, incapace di distinguere tra bene e il male. Inestricabilmente legati tra loro, il “bene” e il “male”, sono due elementi ricorrenti nei canti a braccio dei pastori, a dimostrazione che la saggezza popolare sopravanza ogni politica. I cantori dell’Appennino non avranno studiato alla Bocconi, ma quando imbracciano i loro organetti riflettono sul senso della vita. La “musica popolare“ si contrappone a quella che viene definita “musica colta” e ci ricorda le radici. A Cascia, dove si è tenuta la rassegna delle Pasquarelle, abbiamo scoperto che gli scampati della società pastorale ci guardano senza invidia. Tra poco sarà il resto del paese ad invidiarli. Essi aggiornano di continuo le loro storie, adeguandole al disincanto dei tempi, per far sapere a tutti che l’uomo è fatto così: si lascia attraversare dalle curve della storia e della morale, talvolta rinunciando alle sue virtù. A Cascia la pioggia non ha intimorito i gruppi musicali provenienti da Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo; ma i più bravi si sono mantenuti a debita distanza dal palco, a ridosso delle mura di San Francesco. C’era l’ambasciatore della pastorizia di Leonessa, Peppe De Lillo, che ama esibirsi nella sua stalla di vacche maremmane; c’era il docente di Saltarello marchigiano, Marco Meo di Caldarola; c’era l’organettista e stornellatore di Preci, Moreno Di Giambattista; c’era Franco Moriconi, tamburellista di Cittareale, che sembrava caduto in una sorta di trance ritmica; poi, è arrivato in sordina, perché la fretta è nemica della perfezione, il pastore Antonio Palombi, virtuoso dell’organetto. Tutti figli di una terra comune e spesso ingrata, che spostandosi e incontrandosi periodicamente tra loro hanno trovato il modo di applicare il principio della transumanza alla cultura. Tutti sanno che la musica popolare muove schiere di appassionati, dalle Valli Occitane al Salento della Taranta, ma non tutti sanno che il ritmo del Saltarello (attraverso la citazione memoriale, l’ammiccamento, il sottinteso, il senso tragicomico, la sofferta e stralunata anamnesi dell’utopia) ha qualcosa di magico, facendoci credere che il sublime ci appartenga. Fossero capaci di fare altrettanto i candidati che si accapigliano davanti alle tribune televisive, eviteremmo di rifugiarci ogni sera su Rai Storia, memoria in bianco e nero di quando i programmi raffiguravano uno straordinario, per quanto crudo, paese scomparso.

Siparietto. Erano i tempi dello stornellatore Gaber, che cantava le prodezze e gli abbagli, l’isolamento e le ottusità, ma anche le comprensibili scaltrezze, di chi aveva deciso di farsi comunista. Erano anche i tempi di chi, al contrario, vagheggiando un paese più giusto, non voleva essere comunista proprio per questo. Tutti, indistintamente, erano più veri e più partecipi, perché ignoravano lo spread e lo stress psicologico che oggi ci fa sembrare accettabile qualsiasi decisione politico economica imposta dall’alto. Questo vorremmo sentir cantare dagli stornellatori per ricavarne due ammonimenti. Il primo è che se il saltarello non ci salva dal baratro, perlomeno ci è utile a comprendere i sentimenti dei nostri simili. Il secondo è, che i cantori dell’Appennino, sebbene non siano professori alla Bocconi, perlomeno non vanno in giro a raccontare che solo loro sono bravi a liberare le piazze dagli incapaci. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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