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E’ un male oscuro, difficile da nominare, forse anche perché è difficile da riconoscere, come un virus latente eppure onnipresente. Potremmo chiamarlo con il nome di pubblica accidia o di accidia politica. Si tratta di una neutralità appiattita, della paura di valutare oggettivamente le proposte secondo criteri etici, che ha come conseguenza un decadimento della sapienzialità politica. Siamo di fronte a questo male anche quando, ad un atteggiamento di valutazione responsabile e impegnata delle diverse proposte culturali, si sostituisce un aprioristico giudizio di equivalenza formale di ogni progetto o comportamento e quindi la semplice presa d’atto di una diversità di valutazioni etiche. Di conseguenza il confronto tra posizioni diverse non dà luogo a quel dialogare che aiuta a maturare conclusioni condivise, non sfocia in una sintesi comprensiva. E’ come se le opinioni fossero esposte, l’una accanto all’altra, come merci uguali in una bancarella delle scelte o in un supermercato, con la sola differenza che alcune sono più reclamizzate di altre.

Siamo qui di fronte ad un sistema di pensiero che non privilegia né sapienza, né intelletto, né consiglio, che confonde la fortezza con il semplice consenso di massa, che relega la scienza e la pietas in settori incapaci di influire sulla ricerca del meglio. La politica ne soffre perché non è un dialogo che, nel nome del bene comune, è pronto anche a parziali rinunce, sofferte ma ragionevoli, in vista di un migliore bene comune. Essa diviene una continua, frammentata e ultimativa richiesta di singoli e di gruppi di interesse, un succedersi di veti incrociati che rende faticoso e alla lunga frustrante il governo della cosa pubblica, per la spinta altalenante a fare concessioni contrapposte con un equilibrio sempre instabile. Tutto ciò destruttura il costume esistente e alla fine introduce surrettiziamente, per vie di fatto e non di motivazioni, un costume nuovo. Se tutte le posizioni etiche sono equiparate indiscriminatamente, è inevitabile che finisca col prevalere la posizione che suona immediatamente più facile, più piacevole al momento e meno impegnativa.

Non è più una società “bella e buona” quella a cui si tende, ma una convivenza fiacca, opaca, frammentata, una società senza forma. Da questo atteggiamento deriva anche la difficoltà di tenere insieme le maggioranze, quando cioè non si condivida un ordine gerarchico delle ragioni della coesione, quando manchi la volontà progettuale di accettare la gradualità per le proprie richieste, quando il mattone che ciascuno dovrebbe portare alla costruzione diventa il sasso lanciato senza preoccuparsi della sua insensibilità nel progetto, quando alla logica della casa comune si sostituisce l’amoralità o il risentimento, quando si cerca la brillantezza della battuta e la persuasività dello slogan più che la fatica della riflessione oggettiva che mira a convincere.

Normalmente lo scadimento etico della politica, in un corpo sano, dovrebbe essere rilevato e punito da un calo di consenso. Ma sembra non essere più così. Se si prescinde dal preoccupante aumento delle astensioni nelle tornate elettorali, si ha l’impressione che il degrado etico della politica non sia punito consequenzialmente. Infatti, a stravolgere il meccanismo sano di autopunizione, interviene, oltre al dato culturale della frammentazione individualistica, il peso della comunicazione politica, mai tanto rilevante come nel nostro tempo, nel quale mancano o sono indeboliti gli organismi di filtro societari per la creazione di una pubblica opinione. Siamo così testimoni della celerità con cui il sentire superficiale tende a lasciarsi condizionare dalla moda del momento. In forza di questi meccanismi e di queste carenze, lo scadimento etico della politica non è neppure percepito, almeno in tempi brevi, come dannoso per la polis. Le essenze tradite si ribellano, ma il guasto collettivo appare solo dopo un certo tempo. E quando le conseguenze di un tale degrado toccano il benessere materiale, si tende a ricorrere all’anestetico di un benessere ridistribuito a chi ha più voce per protestare. Ma non dovremmo aspettare decadenze dolorose per aprire gli occhi.

Poscritto. Sono parole pronunciate da Carlo Maria Martini, il cardinale che avrebbe potuto essere Papa, sul finire del secolo scorso. In questi anni qualcuno ha aperto gli occhi, ma in troppi li hanno ancora socchiusi o chiusi; ed alcuni di quanti li avevano aperti, li stanno precipitosamente richiudendo.


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