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Prego, chi siete voi? Noi siamo una mezza dozzina di pazzi malinconici (o innocenti), ultimi eredi di una stirpe illustre, che si va rapidamente estinguendo; massi erratici, abbandonati nella pianura da un ghiacciaio che si è ritirato sulle alte montagne. E’ il ghiacciaio che si chiamò liberalismo, democrazia, socialismo, in quel secolo che il forsennato Léon Daudet chiamò “lo stupido secolo decimonono”, mentre noi insistiamo a considerarlo come il più intelligente, il più umano, il più glorioso dei secoli. Morituri te salutant.

Il liberale di allora rispettava la libertà altrui e rivendicava la propria. Era anticlericale, perché i clericali minacciavano, e, dove potevano, soffocavano la sua libertà, ma non si sarebbe mai sognato di vietare al clericale di predicare le dottrine del clericalismo, anzi ci prendeva gusto a vedergliele predicare e a riderci su. Era monarchico e conservatore, ma lasciava cantare i repubblicani e gli anarchici. Era individualista, ma sopportava pazientemente la modestia dei socialisti, e magari arrivava a dire: “Oggi siamo tutti socialisti”. Quando la paura dei “sovversivi” (e ne avevano più che questi poveracci meritassero) lo spingeva a stati di assedio, condanne al carcere o al domicilio coatto, sentiva vergogna di quel che faceva; e appena poteva dare qualche amnistia, e ritornare alla normalità, tirava un sospirone di sollievo e si metteva l’animo in pace.

La libertà (diceva il liberale di allora) è come la lancia di Achille: ferisce e risana. “Malo periculosam libertatem”, ripeteva con Tacito. Motivo per cui noi ci denomineremmo volentieri liberali. Ma la parola si è così debosciata nel secolo in cui respiriamo, che ci vuole oggi uno stomaco di struzzo per dirsi liberale. Il liberalismo classico – quello, per intenderci, di un Cavour o di un John Stuart Mill – più che un partito, è ormai uno stato d’animo, che si può trovare ovunque viva un uomo civile in qualunque partito. E molto spesso, fra quelli che rivendicano il monopolio della etichetta liberale, il medesimo individuo è liberale in un momento su una data questione, e totalitario subito dopo su un’altra. Ne consegue che a chiamarvi liberale correte il rischio di vedervi confuso con certa gente, con cui non vorreste avere nulla da fare neanche se il loro aiuto dovesse scamparvi dalla morte.

Ci denomineremmo anche democratici, dato che la libertà signorile come la chiamava Benedetto Croce, cioè riservata alle classi danarose e colte (e incolte purché danarose), intendiamo estenderla agli uomini e donne di tutte le classi sociali. Ma anche la parola democratico si è debosciata: non meno e forse più che la parola liberale.

Ci chiameremmo socialisti o socialdemocratici, dato che ameremmo lavorare alla costruzione di un assetto sociale, nel quale i diritti di libertà siano integrati da un minimo di benessere e di sicurezza per tutti, senza il quale minimo, né può sorgere il desiderio della libertà, né i diritti di libertà possono essere di regola praticati. Tanto per evitare equivoci, il nostro socialismo si apparenta più con quello di Jaurès, dei laboristi inglesi, dei riformisti italiani alla Turati, alla Bissolati e alla Battisti, che con quello degli arcivescovi, vescovi, parroci e sacrestani della Chiesa stalinista. Ma questo socialismo (o socialdemocrazia) si è andato anche esso progressivamente così discreditando, che, oggi, dirsi socialista o socialdemocratico, specialmente dopo le esperienze di questi ultimi tempi, è come buttarsi giù dalla Rupe Tarpea.

Ci denomineremmo anche repubblicani, dato che Vittorio Emanuele III in venti anni di complicità con Mussolini ci rese repubblicani militanti (le repubbliche non nacquero mai dalle virtù o dalla sapienza dei repubblicani, ma dai delitti e dalle scempiaggini dei re). Ma è peggio che andar di notte. I repubblicani hanno avuto in Italia, in non più che cinque anni, l’abilità di discreditarsi più che liberali, democratici e socialisti si siano rovinati in mezzo secolo.

In sintesi, ci denomineremmo “liberali-democratici-socialisti-repubblicani”; e, siccome la orribile abitudine americana delle iniziali ha invaso anche il paese dove il sì suona, ci diremmo LDSR: appena una lettera più del Pci, Psi, Pli, Pri, Msi, e tante quante il Psdi (questo non ha saputo neanche mettere insieme un gruppo di iniziali che si potesse pronunciare). Ma quelle quattro lettere ci ricorderebbero, niente altro che pazzi malinconici (PM) e chi vuol capire capisca, e chi non vuol capire passi via.combinate insieme, tutti i vituperi che accompagnano ormai le realtà separate.

Dichiariamoci dunque

Poscritto. Gaetano Salvemini scriveva questa frasi nel 1959. Sono passati più di cinquant’anni, tutti i partiti che cita non esistono più, siamo nel terzo millennio. Ma la domanda è: l’Italia politica è più scombinata o meno di allora?


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