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Ci mancava il bordello delle spese allegre dei consiglieri regionali per far recuperare simpatia ed ammirazione ai politici di oggi. Il bubbone è finalmente esploso, ma in troppi in questi anni (a cominciare dal mondo dell’informazione) hanno chiuso gli occhi, non hanno voluto vedere, hanno lasciato fare. Al di là degli aspetti giudiziari – se ci sono, dove sono e come colpiranno – è l’andazzo che è deplorevole, la mancanza di misura, il delirio di onnipotenza, la voracità di incamerare più soldi possibile, di fare la cresta su tutto; e questo comportamento sconfina nel demenziale in un periodo in cui ai cittadini si impongono sacrifici pesantissimi, la disoccupazione aumenta, il precariato impazza, il futuro è più nero del presente.

Ma che faccia di bronzo, questi politici. Dalla Sicilia al Lazio, per fare gli esempi più clamorosi, è una cavalcata di indecenza. Che raggiunge l’apoteosi nelle feste di quel generone capitolino che sa toccare vette sublimi di rozzezza. Che inaugura una ricetta ciociara per l’utilizzo personale dei fondi pubblici. Che fa cadere tutti dalle nuvole, a cominciare dalle opposizioni che gridano allo scandalo pur dopo aver partecipato con il loro voto all’aumento astronomico dei fondi a disposizione dei gruppi consiliari. Ed ora la Conferenza delle Regioni pressa il governo affinché si impongano i tagli per decreto: rinunciando all’improvviso all’autonomia alla quale tanto tengono e manifestando così l’impotenza di poter intervenire seriamente regione per regione.

Ma che faccia di bronzo, questi politici. Dopo che il bubbone è esploso, hanno perso l’arroganza che li ha contraddistinti finora e che ha fatto sostenere loro che la politica costa e quindi si sono sentiti legittimati a votarsi aumenti di fondi e privilegi. Certo che la politica costa, ma la voracità non va d’accordo con il senso della misura.

In questo bordello delle spese allegre dei consigli regionali, come sta messa la piccola e serafica Umbria? Mentre esplodeva lo scandalo del Lazio, l’Umbria ha rivendicato le proprie virtù: il nostro consiglio regionale costa ai cittadini molto meno di altri, da tempo abbiamo regole rigorose per il corretto utilizzo dei fondi destinati al funzionamento del consiglio regionale. Salvo, il giorno dopo, far affiorare l’idea di una certificazione esterna dei conti dei gruppi politici. L’Umbria, ovviamente, non è né il Lazio né la Sicilia; ma appellarsi alla virtù appare stravagante. E’ come se chi batte il marciapiede tre volte alla settimana sostenesse di essere più virtuosa di chi lo batte sette giorni su sette.

Più che la virtù, il consiglio regionale della piccola Umbria ha praticato il virtuosismo. A questa categoria, infatti, può appartenere il codicillo in una legge che permette agli attuali consiglieri che sono stati in passato assessori esterni di poter riscattare quegli anni per il vitalizio (la pensione); così come la geniale trovata di tagliare, tra squilli di tromba, lo stipendio, salvo prevedere una clausola che consente negli ultimi anni di legislatura di recuperare tutto ciò al quale si è rinunciato; così come la permanenza di gruppi composti da una sola persona ed alcuni, per di più, senza fare riferimento ad un partito; così come il ricorso alla Corte costituzionale, fortunatamente perso, contro la legge che impone di ridurre dal 2015 consiglieri ed assessori; così come l’eliminazione del vitalizio, ma soltanto dalla prossima legislatura.

Quando non ha fatto ricorso ai virtuosismi, l’Umbria finora si è posizionata nel gruppone delle Regioni quanto al mantenimento di privilegi. A tutto ha pensato, fuorché a distinguersi. E tutto ciò è perfino poca cosa rispetto alla scarsa produttività, al fievole impegno politico, all’endemica incapacità di affrontare i problemi di questa regione. Ad una maggioranza sfilacciata, ha risposto allegra un’opposizione che si esalta quando può presentare un’interrogazione prendendo spunto da articoli di giornale.

Di questo passo, chissà dove finiremo. Probabilmente si avvicina – per le ragioni suddette e per altre molto più serie – l’appuntamento con una rimodulazione delle regioni, con la sparizione di quella che pomposamente, quanto arbitrariamente, viene ancora chiamata cuore verde d’Italia o isola felice. Il tutto mentre il consiglio regionale si gingilla sulle proprie virtù. Forse nel subinconscio ritenendo, come scriveva Leo Longanesi, che la virtù affascina, ma c’è sempre in noi la speranza di poterla corrompere.


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