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Mentre i fuochi artificiali dello scandalo dell’uso dei soldi pubblici illuminano il cielo dalle Alpi al Mediterraneo, un eccitato immobilismo percorre l’Umbria della politica e delle istituzioni. Mentre Terni sta saltando in aria, ovviamente non per il dichiarato trapasso della Provincia ma per l’acciaieria che sta seguendo nel pozzo nero il polo chimico, l’eccitazione del non fare sovrasta la frenesia del fare. Quando si mette mano ad una riforma, delle due l’una: o viene fuori, più prima che poi, il patatrac oppure i tempi sono così lunghi che quelli biblici impallidiscono.

Nel bel mezzo dell’estate – per non farci mancare niente e per vivere il brivido del patatrac – è esplosa la vicenda di Umbria Mobilità, l’azienda regionale dei trasporti. Si è scoperto che in cassa regnava il rosso, tanto da non poter pagare le quattordicesime ai dipendenti. Dopo di che siamo stati sollazzati dal giallo: chi ha non versato quanto avrebbe dovuto? E giù una tiritera che ci stiamo trascinando in autunno. Ma con quali diavoli di criteri è stata varata la riforma dei trasporti, peraltro l’unica di un qualche senso degli ultimi tempi in quanto considera l’Umbria come un tutt’uno e non a spicchi? La fase preparatoria, meritoria quanto doverosa, è della scorsa legislatura; il decollo, di quella attuale. E dopo pochi mesi dal decollo, subito un atterraggio di fortuna con molti danni. Non è, per caso, che Umbria Mobilità ha imbarcato tutti i debiti delle varie aziende locali senza preoccuparsi adeguatamente del futuro? Non è, per caso, che qua e là, sono state mantenute sacche di dissennata autonomia e di accumulo di privilegi dei quali non risponde nessuno? E’ fuori luogo pretendere un atto di verità per cercare di rimediare, ammesso che sia possibile rimediare con i tempi che corrono?

Nel bel mezzo dell’autunno, si sfoglia la margherita della cosiddetta riforma della sanità. Se la conclusione sarà, sostanzialmente, la riduzione a due delle Asl, è roba da ridere. Se si aggiungerà un qualche graffio qua e là alla miriade di doppioni e servizi inefficienti, è altrettanto roba da ridere. Se si usa il misurino per far quadrare i conti, ci sarà da sbellicarsi dalle risate. Il perché è presto detto: i tempi ultrabiblici della riforma vengono impallinati dai fatti; ed i fatti dicono che diminuiscono le risorse dallo Stato e non si scomoda il concetto di riforma per fare soltanto il passo del pinguino. Per non parlare, sempre in tema di sanità, della convenzione tra Regione ed Università. Da due anni si sprecano i cinguettii, ma non si arriva al sodo. Qualcosa però è successo in questi due anni: il promesso sposo (l’Università) ha preteso ed ottenuto dalla promessa sposa (la Regione) una bella fetta di dote in anticipo ed ora un’altra fetta ne vuole prima di pronunciare il fatidico sì. Mentre accadeva tutto questo, le liste d’attesa hanno mantenuto intatta la loro irritante lunghezza.

In qualche caso, al cittadino conviene che chi governa guardi da un’altra parte: può accadere che, quando ci mettono le mani, la situazione peggiori; oppure può accadere che si ingarbugli al punto tale da provocare soltanto rabbia. Del resto, i trasporti e la sanità interessano i cittadini. I politici sembrano avere altre priorità. Nella primavera prossima si voterà per rinnovare il Parlamento e, tra uscenti ed aspiranti, è da tempo in atto il grande ballo per sbarcare a Roma. Tra un mese o poco più va rinnovata la presidenza del consiglio regionale ed è tutta una fibrillazione, mentre basterebbe scegliere chi ha, per esempio, scarsa dimestichezza con le regole della lingua italiana per garantire una rassicurante continuità e rappresentare al meglio l’Umbria politica di questi tempi. Poi magari si inventeranno anche un rimpastino di assessori. Nel frattempo l’eccitante immobilismo è riempito dai rottamatori a sinistra e a destra dai formattatori (che idea geniale); e poi dai giovani turchi e dalle odalische attempate. Qui si fa politica, ragazzi, mica si mettono i pannelli fotovoltaici alle lucciole!


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