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Noi non siamo la società civile contro i partiti. Noi siamo i partiti. È una verità indiscutibile. Perlomeno se c’è qualcosa che somiglia di più ai partiti nella dialettica italiana siamo noi, non sono gli altri. Non possiamo raccontarci queste storie tardo-sessantottesche. Se c’è qualcosa che somiglia ai partiti in ciò che di nobile sono stati nella crisi attuale, siamo noi, non sono gli altri. Io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica. La politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali. E fino a questo momento non si conoscono società democratiche che hanno potuto fare diversamente. L’idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla tout-court ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto o dittature sanguinarie o Berlusconi e il “comitato” è un sottoprodotto rispetto a queste due tragedie. La politica professionale è esattamente quella struttura che consente ai cittadini di accedere alla politica, perché se manca quella struttura non vi accedono. Si parte con l’idea che devono governare le cuoche e nel frattempo si governa con la polizia politica … e noi abbiamo una certa esperienza nel nostro campo. Poi magari questa transizione dura settant’anni perché nel frattempo ci si dimentica il programma originario. Quindi non inseguiamo qualcosa che, secondo me, non siamo in grado di inseguire e non è neanche un grande obiettivo di modernità.

Proprio la complessità sociale che si accompagna alla grande mutazione, alla globalizzazione, alla fine del fordismo consiglia che ci sia più politica; proprio perché la complessità sociale riduce il tasso di politica, cioè di sintesi che promana spontaneamente dalla società civile. Più politica nel senso di più cultura, con più capacità di progetto, di unificazione degli interessi intorno ad un progetto. E il nostro sforzo è produrre più politica, fuori dalle semplificazioni di un manicheismo vecchio. Io sono convinto che l’etica è essenziale, ma l’etica può essere una guida per l’innovazione, o può essere invece, diciamo così, la bandiera di una resistenza. C’è una passione per l’essere minoranza morale in un mondo cattivo, nelle culture da cui proveniamo, che è una cattiva passione. Cattiva e corruttrice perché il narcisismo delle minoranze che pretendono di avere la moralità è un sentimento corruttore, una classe dirigente è quella che sa farsi maggioranza e governare.

…Una nuova grande formazione politica per essere una cosa vera postula il superamento di quelle esistenti. Io non escludo affatto che la prospettiva possa essere questa. E devo dire che questa prospettiva mi interessa molto di più che non l’idea che trovo superficiale e infondata che il soggetto politico possa diventare l’alleanza, i comitati, al posto dei partiti. Perché tutto sommato continuo a pensare che un soggetto politico debba organizzare un milione, un milione e mezzo di cittadini in un Paese che ha cinquanta milioni di abitanti, altrimenti non è un soggetto di nulla. Quindi non chiudo affatto rispetto a questa prospettiva, ma il vero grande problema è una prospettiva eventuale di questo tipo. E come si colloca nel mondo, cioè dove si sta, in quale parte di mondo si colloca, in quale campo di forze. Questo è il problema. Questo Paese dove sta andando, dove lo stiamo portando?

Poscritto. Da molti apprezzato e da altrettanti detestato, a Massimo D’Alema almeno un pregio tutti sono costretti a riconoscerlo: di essere chiaro, non le manda a dire. Le frasi sopra riportate sembrano di questa mattina ed invece risalgono al 1997. All’indomani della vittoria, il meglio dell’Ulivo si riunì nel castello di Gargonza, in Val di Chiana. L’allora segretario dei Ds pronunciò molte parole di verità, preconizzò di fatto la fine dell’Ulivo e soprattutto rivendicò orgogliosamente l’onore di fare politica senza alcun complesso di inferiorità nei confronti dei grilli parlanti; mettendo in guardia dall’illusione che un industriale o un professore sarebbero capaci di cucinare, come la cuoca di Lenin, i destini della collettività. Un’illusione che rischia di spingere al potere i peronisti, i bonapartisti, i partiti del circolo bocciofilo, gli uomini forti. Al di là di come ciascuno la possa pensare, la situazione di oggi vi sembra più chiara di quella di 15 anni fa?


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