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Le famiglie allargate possono funzionare nella vita privata, ma in politica rischiano spesso di saltare in aria, soprattutto quando i personalismi fanno strame delle idee.

Guardate il centrosinistra ed in particolare il Pd che si avvia alle primarie tra sgambetti, accuse ed anche insulti: è il festival dei fratelli coltelli. A quasi un secolo di distanza hanno il vento in poppa due considerazioni di Filippo Turati; la prima: l’intesa tra riformisti e popolari è una scelta non soltanto opportuna ma perfino obbligata; la seconda: dovremo pur lasciare ai nostri nipoti qualcosa su cui litigare. Il problema è che quel “qualcosa su cui litigare” ha tracimato dai temi di sostanza – che alimentano il sogno della collettività e magari talvolta dividono le coscienze – per sconfinare in gruppetti di potere, quando non si ricorre alla nuova stagione del manganello che va sotto il nome di rottamazione.

Guardate il centrodestra, slabbrato da mesi e perfino allo sbando. Con Berlusconi che trasferisce dal privato della villa di Arcore alla piazza politica il bunga bunga: incorona Alfano e subito dopo lo delegittima; fa la corte a Monti e subito dopo minaccia di staccargli la spina; annuncia che si farà da parte e subito dopo si riprende la scena. Non ci fosse da piangere, ci sarebbe da perdere i sensi per le risate. In un Paese in braghe di tela (chi ce l’ha messo?), con un’infinità di problemi ma che sta recuperando credibilità internazionale, la politica non riesce a darsi una nuova legge elettorale nonostante manchi una manciata di mesi alle elezioni e sembra considerare come la peste il dovere di dire con chiarezza cosa intende fare per il futuro dell’Italia. Così la sfiducia dilaga e dalle urne siciliane arrivano raffiche di sberle.

Nel nostro piccolo, non è che in Umbria si suoni una musica diversa. Certo, è una musica più da sagra paesana rispetto ai concerti nazionali, però siamo lì. La maggioranza di centrosinistra, padrona assoluta della scena, alimenta il ballo del zig zag, è imbottita di fratelli coltelli, si avventura a proporre emozioni (i bersaniani) quando invece dovrebbe preoccuparsi dello stress che regala a piene mani agli umbri tra riforme incerte o scarsamente realizzate, provvedimenti insufficienti o addirittura inesistenti, misure inadeguate alle difficoltà del momento. Quale sia l’idea condivisa dell’Umbria rimane un mistero; non si va al di là dell’arroccamento, con la conseguenza che, taglia un ramo oggi ed un altro domani, l’albero della regione è sempre più pencolante.

In compenso, la maggioranza padrona dell’Umbria assolve in pieno un compito fondamentale della democrazia: le sue molteplici anime garantiscono anche l’opposizione. Cosa che dovrebbero fare i partiti che hanno perso le elezioni per puntare all’alternanza, ma così non è. La famiglia allargata del Pdl quale idea ha dell’Umbria del futuro? Anche questo è un mistero. In compenso nel centrodestra si sfogano gli ex fratelli coltelli e se le danno di santa ragione (intervistati la settimana scorsa dal Corriere dell’Umbria)). Il finiano Franco Zaffini attacca: “Il Pdl non ha un’idea di Umbria diversa dalla maggioranza. Se non si vuole essere minoranza per sempre, bisogna essere in grado di dire come si pensa di cambiare la regione. Ma il Pdl come la vorrebbe l’Umbria?”. Replica acida del capogruppo Raffaele Nevi: “Zaffini ha sempre preso ordini dalla sinistra folignate e spoletina. Eccome se ce l’abbiamo un’idea di Umbria: due Province, due Asl e forte integrazione delle due aziende ospedaliere”.

Verrebbe da dire: tutto qui? Zaffini magari avrebbe potuto farlo prima, ma ha messo il dito nella piaga; cosa che aveva già fatto nei mesi scorsi Pino Sbrenna. Il Pdl umbro si è segnalato per divisione interne, acuitesi negli ultimi mesi; per aver candidato alla presidenza della Regione una sua esponente che, dopo il voto, ha costituito un proprio gruppo; per aver partecipato gioiosamente a furbate come il finto taglio delle indennità dei consiglieri; per aver celebrato soporiferi congressi provinciali, con spiccata allergia al confronto sui risultati della classe dirigente e su come organizzare una credibile piattaforma per il futuro dell’Umbria. Né si è intravisto un barlume di idea su come strutturare il centrodestra per puntare a traguardi ambiziosi. Diciamo che si è preferito l’immobilismo, garantendo la panna montata intorno a chi è ben piazzato qui e in Parlamento. Non sarà sfuggito al Pdl, al di là della personale affermazione di alcuni sindaci, che negli ultimi quindici anni le fortune dei suoi esponenti sono tutte merito di quel carro armato elettorale che è stato il Cavaliere e dei rapporti che ciascuno ha intessuto con i colonnelli della sua corte. Ora che il Cavaliere è politicamente acciaccato, che rimane del centrodestra umbro salvo le personali aspirazioni a salvare la poltrona? Avesse imbastito un progetto credibile per il futuro dell’Umbria, avrebbe avuto una dote da mettere sul mercato elettorale. A meno che non si pensi che un programma credibile e alternativo al centrosinistra, sempre che si voglia davvero l’alternanza, possa esaurirsi nella trincea di due Province e due Asl. Tutto qui?


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