Alimentare: Qualità addio (tratto dall’inserto di Libero Gusto)

Carlo Cambi
baratto
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Consumi giù in tavola solo Inflazione. Siamo al paradosso: nel Paese dove l’88 % dei consumatori dice che più del prezzo contano l’origine e la marca dei prodotti in tavola fanno notizia due contraddizioni: la prima è che un ristorantino di Firenze (emblematica l’insegna: L’è maiala) accetta il baratto come forma di pagamento. Insomma quando si prenota si deve dichiarare cosa si porta in cambio per la cena. Dalle mie parti – appunto in Toscana – si diceva quando la miseria era nera: “T’invito a cena”. E l’interlocutore rispondeva: “E che mi dai?”. Di rimando: “Porta, ti cocio”. E’ il caso di dirlo: l’è maiala! La seconda contraddizione è più perniciosa e subdola. E’ il gran scrivere, discutere e strombazzare che si è fatto su di una – pregevole e meritoria, sia ben chiaro – inchiesta del mensile Altroconsumo che ha scoperto come basta comprare i prodotti di primo prezzo, andare negli hard discount, approfittare delle promozioni, non scegliere prodotti di marca per dimezzare la spesa.

Raccontata così sembra la panacea di tutti i mali. Ed invece – soprattutto nella specificità italiana – è la fotografia di tutti i mali. Volendo spararla grossa si potrebbe dire che a cercare nel pattume – attenzione è una tendenza che prende piede negli Usa, anzi a New York dove fanno tendenza, ma anche un po’ tristezza i non consumatori – si risparmia ancora di più perché comunque continuiamo a sprecare cibo per sette miliardi. Nello specifico italiano indurre ad un consumo non di qualità significa danneggiare seriamente l’economia del paese atteso che solo l’industria agroalimentare e l’agricoltura di specialità hanno retto alla crisi. Il nostro dal punto di vista dei consumi alimentari è infatti un Paese anomalo: è quello con il consumo più alto in proporzione al reddito disponibile.

Attenzione: non che siamo ricchi o sprechiamo, anzi gli indicatori macroeconomici ci dicono che i nostri redditi sono ormai i più bassi d’Europa. E’ che per consolidato costume culturale gli italiani prestano all’alimentazione la massima attenzione e assegnano al cibo un significato che va molto oltre quello della semplice nutrizione. Il cibo in Italia è sentimento, appartenenza, tradizione e cultura. Non a caso se si fa un raffronto a livello europeo si vede come inglesi e tedeschi sono quelli che destinano meno reddito ai consumi alimentari, mentre in testa alla classifica ci sono francesi ed italiani. E’ prima di tutto un dato culturale. Dunque strombazzare che si può risparmiare abbandonando stili di consumo che sono diversi dal semplice “uso razionale delle risorse” può essere un vulnus all’identità del nostro Paese. Ma vi è in questa valutazione un’ulteriore e perniciosa sottovalutazione della struttura sociale dell’Italia. Si è visto come il dettaglio soffra moltissimo e come solo gli hard discount sono in crescita di fatturato. Ciò significa che oltre età della popolazione italiana è esclusa da questi presunti benefici poiché vive in piccoli paesi e in territori rurali. A questi elementi se ne aggiungono altri tre. Il primo è che le spese incomprimibili (tariffe e casa) sono andate tutte a danno dei consumi alimentari, il secondo è che si riaffacciano abitudini che parevano sopite: si comprano più farina e uova, si abbandonano i piatti pronti e si torna al fai da te gastronomico, il terzo dato è che l’inflazione alimentare per effetto anche delle tensioni internazionali sui prezzi in Italia è la più alta in assoluto.

A questo proposito proprio ieri Coop Italia ha pubblicato un pregevolissimo studio sui consumi dal quale si evince che il 2012 rappresenta per le famiglie italiane “l’anno più difficile dal dopoguerra”, peggiore anche di quello registrato nel 2008-2009. Ma il presidente di Coop Italia – Vincenzo Tassinari – nel presentare la sua statistica ha anche sottolineato come “nel 2013 è in arrivo una tempesta inflattiva con un aumento sicuro del costo della vita del 4,9%. Si tratta di 400 euro a famiglia che si aggiungono al costo delle manovre del governo Monti: 3 mila euro a famiglia che potranno salire a 4 mila al 2014”.

Se questo è il quadro conviene riflettere su tre cose. La prima: non c’è spazio alcuno per un rincaro dell’Iva (che porterebbe l’inflazione alimentare al 7%). La seconda: il Governo non può non detassare i consumi alimentari. Ne va del futuro dell’agricoltura e della tenuta dell’agroindustria che rappresentano insieme con la distribuzione quasi un quarto del Pil. La terza: se gli italiani causa inflazione, manovre fiscali e incrementi di tariffe, portano intavola prodotti di qualità inferiore la questione da alimentare diventa sanitaria con buona pace del ministro Balduzzi. Per il 19 settembre le associazioni dei consumatori – a cui però aderisce già anche la Coldiretti – hanno indetto lo sciopero della spesa. In attesa che il Governo vari la sua spending review le famiglie sono già state costrette a farla mangiando meno, mangiando peggio. Almeno la tassa occulta dell’inflazione sui generi alimentari il Governo è in grado di abbassarla? Altrimenti: l’è maiala!


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