Non dobbiamo essere prigionieri del passato

passato
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L’Italia ha attraversato decenni analizzando i limiti del nanismo dimensionale delle imprese pensando che in fondo si stava meglio in quella condizione che in altre. Ogni tanto qualcuno esaminava i numeri proponendo strategie per il loro superamento, raramente perseguendo il risultato auspicato, a volte addirittura ottenendo quello contrario, moltiplicando le sedie e i luoghi delle non decisioni. Oggi la situazione e’ molto cambiata. La crisi, i nuovi temibili scenari, hanno messo a nudo tutti i difetti del sistema economico Italiano e tutto il tempo perso in 40/50 anni di vacche grasse, specie nel sistema agricolo vissuto sui sussidi europei. Dobbiamo quindi cambiare, smontare il vecchio sistema pieno di inefficienze che nessuno in Europa e’ più disposto a pagarci e rimontare un nuovo sistema più efficiente e meno costoso.

In Umbria, come in Italia, di queste cose siamo pieni e noi imprenditori per primi dobbiamo prendere atto che una stagione e’ finita e spingere per realizzare velocemente in casa nostra cio’ che chiediamo di fare a chi ci governa. Perché non è riproponendo la stessa formula che si può pensare di poter avviare un cambiamento; né, tantomeno, spostando qualche comune di qua o di la’ si potrà salvare un sistema oramai consegnato alla storia come quello dei Paesi dell’Est nel post ’89 quando ancora qualcuno di loro si illudeva di salvarne la gran parte e invece arrivo’ Eltsin. Sul piano nazionale lo stesso Formigoni il presidente della Regione più ricca del Paese non fa’ più mistero nel parlare di una macroregione con Piemonte, Veneto ed Emilia, un Lombardo-Veneto con tanto di Stato Sabaudo anche a dimostrare una secessione della parte del paese forte a danno della rimanente. Questo tanto per dare un’idea delle proporzioni delle riforme che ci aspettano se vogliamo salvare le nostre aziende e il Paese; dinamiche dalle quali, anche in Umbria, non potremo sottrarci se non vorremo tornare da Regione a Provincia dell’Umbria all’interno dei confini di un nuovo Stato della Chiesa.

Dobbiamo dirlo chiaramente: per mantenere l’Umbria basta una sola Provincia che si occupi di quanto le e’ demandato, una sola ASL in grado di razionalizzare veramente cioè non raddoppiando le competenze e coerentemente un numero adeguato di Unioni dei Comuni meglio se non speciali che facciano ciò che per i comuni singoli non e’ più possibile fare da soli e cosi via aggregando e razionalizzando. Non possiamo continuare ad essere ricattati degli inconsolabili orfani del tempo perduto, o della poltrona perduta dobbiamo e possiamo riorganizzare la nostra regione mettendo l’Umbria al centro dell’interesse e non gli interessi al centro delle riforme. Per tornare a cose più vicine e’ ora che nel settore vitivinicolo si faccia una epocale riorganizzazione: anche qui è sufficiente un unico consorzio di tutela, un unico ente di certificazione, un’unica strada del vino e anche un numero ben diverso di aziende fatte sorgere solo per spendere soldi dell’Europa senza uno straccio di mercato proprio e distruggendo quello degli altri.

La stessa cosa si può fare nel grande ambito della rappresentanza economica, con un’unica Camera di Commercio capace di sostenere un’Umbria unica. Cosi proseguendo cosa dobbiamo fare in casa nostra nel futuro prossimo? Intanto vista la scomparsa della provincia di Terni e delle deleghe sul lavoro su base provinciale avviare una nuova Confagricoltura Umbria che superi confini oramai scomparsi e dia luogo ad una riforma organizzativa basata sull’efficienza e sul raccorciamento delle leve di intervento. Secondo, aggregare le imprese sulla base di nuovi modelli anche cooperativi ma non di una cooperazione falsamente ugualitarista con uguali più uguali di altri dove non sempre si e’ una testa un voto ma solo ammassamenti di consenso su decisioni preadottate spesso a danno di chi produce e a salvaguardia di un management ben remunerato scelto lontano dalle assemblee. Aziende che devono mettere insieme volumi di prodotto, che debbono produrre in base al mercato, che devono essere gestite da Agricoltori e non da chi e’ sconosciuto all’anagrafe zootecnica o all’agricoltura stessa, aziende dai costi di gestione leggeri e dal profilo di business ben perimetrato per evitare che nell’insieme non si sappia più chi perde e chi guadagna. Terzo, cercare in ogni sede di far valere i diritti dell’impresa, facendo analisi e offrendo soluzioni diverse ma sempre orientate a far valere le ragioni di chi lavora e di chi produce.

L’esempio del Biogas e’ quanto a questo proposito di più attuale, se non fosse stato per la forza della FAT e la determinazione dei suoi dirigenti nel perseguire il fine d’impresa saremmo ancora qui a bighellonarci tra quanti consideravano ammendante come nel resto d’Italia e ora finalmente anche in Umbria a seguito della sentenza del TAR i resti della digestione anaerobica e quanti in base alle più astruse teorie lo consideravano addirittura rifiuto speciale. Purtroppo e’ notizia dell’ultima ora anche su questo si registra un nuovo arretramento bipartisan che blocca di nuovo progetti imprenditoriali sia a Paciano con veto regionale sia a Bastia per volontà dell’amministrazione locale e c’e’ da chiedersi quanto questa politica sia inadeguata a comprendere la necessita’ dell’impresa che vuole investire, creare occupazione e contribuire ai costi del paese con le sue tasse. Inoltre la sempre tanto invocata semplificazione e’ ora ancor più necessaria ed urgente e su questo dobbiamo batterci ed insistere ancora perchè cio’ che si può fare si faccia velocemente. Non ultimo, un nuovo rapporto con il credito che sappia comprendere le peculiarità del settore primario, che superi i tempi regione-agea e sia una nuova filiera efficiente, capace di trasportare velocemente nelle aziende quella materia prima che oggi e’ il denaro in tempi sopratutto certi. E su questo, visto anche il caso Umbria Mobilità, potremo finalmente avere da parte della nostra regione quella consapevolezza del problema che e’ sembrata non avere in questi anni, quando il problema della liquidità (credit crounch) riguardava solo le imprese private mentre il pubblico sembrava vivere in un’altro mondo. La nostra organizzazione a Roma ma anche a Perugia ha sostenuto e sta sostenendo percorsi che hanno questi principi ben scolpiti come elemento fondante della collaborazione e non verrà mai meno a sostenere in ogni consesso questi concetti. La caduta del PIL del 2,5 e della produzione industriale del 8.5%, sono il punto di non ritorno del paese, siamo dentro la fase più acuta della crisi e non possiamo pensare che consumando ancora di meno ma mantenendo lo stesso sistema pubblico ci si possa salvare e questo e’ ancor più vero per l’Umbria.

Dobbiamo liberare risorse per favorire il lavoro, per imprese giovani, prodotti innovativi, con una ricerca a servizio del sistema imprenditoriale e dobbiamo farlo presto. E’ quindi caso che nei contesti “economici” e in quelli vicini alle nostre e alle proprie responsabilità si abbia il coraggio di avviare fatti capaci di innescare il cambiamento necessario per il futuro delle nostre aziende, delle nostre famiglie e anche del nostro Paese.

di Marco Caprai

Presidente Confagricoltura Perugia


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